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Birdy’s apre a Portici

A meno di un anno dalla notizia che Birdy’s si era “fatto in due” per i suoi clienti, aprendo, dopo la sede principale di Vico Belledonne a Chiaia, un nuovo store al Vomero, c’è un’altra novità che, siamo sicuri, farà felici tutti gli abitanti del versante ovest del Vesuvio: una new opening, infatti, a brevissimo, riguarderà proprio il territorio di Portici!

Naturalmente, il concept sarà quello unico ed inimitabile di Birdy’s: atmosfera ispirata alla Grande Mela e American Food&Drink, con anche specialità introvabili in qualunque altro posto della città.

Dolce, salato e… personalizzato

Breakfast, Lunch, Dinner, TeaRoom” descrivono esattamente tutti i momenti che potrete trascorrere nella nuova Bakery di Portici: una nutriente colazione salata, uno spuntino a pranzo nello spacco dall’ufficio, una cenetta in due per immergersi, per un po’, nella stessa aria che si respira a New York o a Los Angeles, dimenticando per qualche istante di essere nella propria città; inoltre, è possibile anche rispettare il “Tea Time” tanto caro agli inglesi.

Insomma, i locali di Birdy’s, come sempre, diventano punto di ritrovo e di ristoro per gli amanti della buona cucina e delle proposte d’oltreoceano, senza dimenticare mai di esaudire i desideri dei palati più esigenti in fatto di gusto e genuinità.

Così, oltre a gustare una dolcissima Dr Pepper o una spumeggiante 7UP, si potrà ordinare un Open Toast, una morbida fetta di torta Red Velvet o sorseggiare una tazza di caffè americano, magari aspettando che arrivi l’estate per sbizzarrirsi con i vari gusti di Birdy’s Stick disponibili.

Insomma, non resta che rimanere aggiornati sulla nostra nuova pagina Facebook, Birdy’s Portici, per partecipare all’inaugurazione e segnare così, nella vostra mappa dei luoghi del cuore, una nuova posizione!

Arriva dall’Irlanda lo zucchero che non fa ingrassare

Lo zucchero è uno di quegli ingredienti che, in ogni senso immaginabile, riesce ad addolcirci la vita o anche una “giornata no”.

Lo abbiamo visto declinato in tutte le sue manifestazioni, da quelle più usuali, come quello di canna e la variante grezza, a quelle più golose, come il condimento caramellato per torte e dolci, fino alla sua manifestazione più naturale e, senza dubbio, salutare, con il miele.

Ma, in generale, sappiamo bene quali siano le controindicazioni di un abuso di zuccheri, chili di troppo a parte, senza contare che, al mondo, ci sono tantissime patologie per le quali è sconsigliato abbondare di zuccheri a tavola o negli spuntini extra.

Ed è su questa base che la startup Milis Bio ha fondato i suoi obiettivi.

Cos’è Milis Bio e di cosa si occupa

MilisBio è una startup irlandese fondata da Michael Sheehan, un giovane ex studente di neuroscienze di soli 24 anni,insieme al contributo del professor Paul Young. L’impegno è quello di realizzare sostituti proteici che siano sani e, contemporaneamente, gradevoli.

Sheehan, grazie al suo percorso formativo, ha forgiato, nel tempo, un largo interesse sugli effetti di zuccheri e dolcificanti sul nostro cervello e ha potuto conciliare, così, due aspetti riguardanti lo stesso prodotto; allargando anche, successivamente, l’orizzonte.

In effetti, sebbene per il momento si stia cercando un sostituto proteico dello zucchero, in futuro sarà possibile ottenere, con lo stesso tipo di procedimento, altri sostituti, mantenendo il gusto a cui siamo abituati ma preservando la salute.

Come sarà il “nuovo” zucchero

Il sostituto dello zucchero di Milis Bio sarà interamente composto da una proteina, per cui risulterà meno calorico e potrà essere digerito più lentamente, con ripercussioni in positivo su un prolungato senso di sazietà.

Sarà anche migliore degli attuali dolcificanti alternativi disponibili che, a detta dello stesso Sheehan, sono prodotti troppo nuovi e non testati sul lungo termine: “Alcuni risultati hanno dimostrato che certi dolcificanti possono causare tumori intestinali, ad esempio nei ratti. Ci sono una serie di dolcificanti che sono vietati in alcune zone, ma non in altre come ad esempio i ciclamati: proibiti negli Stati Uniti, sono invece disponibili in Europa. Abbiamo bisogno di alternative collaudate e le proteine non sono solo sicure, sono essenziali: una donna dovrebbe mangiarne 150 grammi al giorno, un uomo 180“.

Si rivelerà, quindi, particolarmente utile per chi ha problemi di sovrappeso o per chi sostiene regimi alimentari dietetici, senza contare i diabetici, visto che le proteine, una volta digerite, non fanno aumentare i livelli di zucchero nel sangue e coadiuvano la crescita e la riparazione dei tessuti.

Insomma, sarà la prima volta che, in commercio, esisterà uno zucchero… che fa bene alla salute e che non crea sensi di colpa!

Le tempistiche

La startup Milis Bio ha già attirato l’attenzione, nel campo, tanto da conquistare la selezione da parte di Startupbootcamp FoodTech, acceleratore globale specializzato nel settore alimentare. Si attendono finanziamenti per lanciare la prima proteina nel 2018.

Cos’è il miele e come viene fatto?

Sul miele sappiamo tanto, eppure ci sono cose che riguardano la sua produzione che non immaginiamo nemmeno.

Ce lo ritroviamo davanti nei classici vasetti di vetro sugli scaffali dei supermercati, come ingrediente di molte medicine di base fitoterapica, come integratore di vitamine e dolcificante naturale per tisane rilassanti, ma, a volte, ignoriamo che si tratti di un alimento naturale al 100%, nato dalla collaborazione tra fiori, api… e uomini!

Produzione

Legalmente, il miele è: “il prodotto alimentare che le api domestiche producono dal nettare dei fiori o dalle secrezioni provenienti da parti vive di piante o che si trovano sulle stesse, che esse bottinano, trasformano, combinano con sostanze specifiche proprie, immagazzinano e lasciano maturare nei favi dell’alveare“. In effetti, se volessimo fare una breve panoramica di tutte le fasi che attraversa la sua produzione, potremmo schematizzare le cose, partendo dal presupposto che la “trasformazione” del nettare e delle altre sostanze, ad opera delle api, avviene per creare una sorta di scorta di cibo “a lunga conservazione”, per affrontare i periodi di magra invernali, dove non c’è abbondanza di sole e, quindi, di fiori e piante verdi.

In pratica, il miele è costituito da due componenti, il nettare e la melata: il primo, che sicuramente ci è più familiare, è una secrezione zuccherina prodotta da alcune ghiandole che si trovano alla base dei fiori, mentre la seconda è un altro liquido (prodotto, a sua volta, da altri insetti parassiti), sempre zuccherino, che viene raccolto dalle api sulle foglie e su altre parti delle piante. Queste sostanze vengono succhiate dalla bocca delle api e raccolte nella borsa melaria, una sacca che è una dilatazione del loro apparato digerente. La presenza di alcuni enzimi, in questa fase, opera già una prima trasformazione in miele che verrà conclusa in alveare, dove le api svuotano le sacche, cominciando a lavorare instancabilmente con le altre “operaie” presenti, aggiungendo nuovi enzimi e sistemando tutto nelle celebri celle esagonali; qui il composto diventa sempre più concentrato, poichè l’acqua evapora col tempo, ma anche grazie alla ventilazione forzata prodotta dalle stesse api!
Quando la concentrazione di sostanza secca supera l’80%, il miele viene protetto da opercoli di cera… e l’uomo si prepara a “rubare” questa leccornia tutta naturale.

Fiori diversi, tipologie diverse

Un aspetto interessante del miele è che ogni sua variante è praticamente unica.

Ogni porzione di miele è diversa dall’altra, infatti, perchè tutto dipende dal particolare lavoro delle api, dai fiori coinvolti e dal clima.

Esiste, ad esempio, il classico miele millefiori, in cui le specie di piante coinvolte nella produzione non sono state catalogate, e il miele unifloreale, dove la presenza di un determinato fiore è predominante rispetto alle altre; ogni tipologia ha il suo particolare gusto, ovviamente, per cui è possibile sfruttarne le differenti qualità per le più svariate ricette!

I benefici della colazione salata

Abbiamo parlato tante volte di colazione e anche di qualche espediente affinchè sia “dimagrante“, ma il tipo di breakfast che vi introduciamo oggi è completamente diverso da quello su cui, di solito, ci orientiamo: è, infatti, salato.

Molto più popolare, sicuramente, oltreoceano, sta diventando, molto lentamente, cult anche qui da noi, complici, forse, anche le tante scene invitanti apparse in film e Serie Tv che ci invogliano a provare e sperimentare.

Ma se la gola è stuzzicata dalla vista e “l’appetito vien mangiando”, c’è un terzo elemento che dovrebbe valere su tutti per scegliere, definitivamente, questo nuovo stile di vita: il parere dei nutrizionisti.

Grasso in eccesso a parte, infatti, che andrebbe evitato e razionato, pare proprio che la colazione salata abbia dei benefici piuttosto importanti da tener presenti; vediamo insieme quali sono.

Il parere dei nutrizionisti

C’è innanzitutto una premessa da fare: fino a non molto tempo fa la colazione non veniva nemmeno considerata un “pasto” da molti italiani, a causa della fretta e delle abitudini che, al massimo, concedevano il tempo di un caffè o di una tazza di caffellatte.

Oggi, invece, diffusasi l’opinione generale che almeno il 20% del fabbisogno quotidiano dovrebbe essere racchiuso nella fase del breakfast mattutino, le cose stanno cambiando e sono, secondo le statistiche, circa 9 su 10 gli italiani che dicono di mangiare qualcosa, seppur minima, appena svegli.

Naturalmente questo non significa che le calorie assunte al mattino “non contino”. Chi si ritrova in regimi alimentari dietetici o controllati dovrà, ovviamente, imparare a dosare e distribuire meglio proteine e carboidrati nei tre pasti principali, senza dimenticanze e “furberie”; il vantaggio, però, è quello di dare uno sprint diverso all’inizio della giornata, evitare abbuffate a pranzo e mantenere uno stile di vita molto più sano e produttivo.

Ma perchè la scienza promuove la colazione salata a fronte di quella dolce?

Una ricerca condotta dall’Università del Missouri ha stabilito che assumere proteine durante la colazione è il top, per la salute e per il rendimento quotidiano.Questa conclusione è stata tratta prendendo in esame un campione di pazienti diabetici, a cui è stato chiesto di consumare 35 grammi di proteine a colazione (derivanti da uova, carni bianche o formaggi magri): quello che è stato osservato è un netto miglioramento del picco glicemico, un aumento del controllo insulinico sul metabolismo degli zuccheri durante tutta la giornata e, addirittura, una riduzione dell’appetito durante gli altri pasti. Motivo per il quale gli scienziati hanno stabilito che questo tipo di colazione è ideale anche per chi è a dieta o vuole perdere peso.

Naturalmente, non bisogna eccedere con i grassi; troppo bacon, salami o uova fritte, oltretutto, darebbero un contributo proteico così alto che, poi, nel pasto successivo se ne dovrebbe ridurre di moltissimo l’apporto. Un buon menù, secondo i nutrizionisti, è fatto di variazioni, proprio come per qualunque altro pasto, alternando, ad esempio, uova sode, frittata, pane integrale, focaccia, prosciutto, pollo, torte salate, plumcake o pancakes salati, frutta secca etc.

Abitudini: perchè preferiamo la colazione dolce?

Secondo gli studiosi, lo zucchero, a parte creare una dipendenza molto forte, è in grado di darci una sensazione momentanea di benessere, di piacere a cui, una volta abituati, è difficile rinunciare per cambiare stile di breakfast. Inoltre, noi italiani siamo molto più orientati verso questo tipo di colazione sin da piccoli, attraverso merendine e snack che, in termini di tempo e preparazione, per molti genitori sono una manna dal cielo (anche se, a livello salutare, molto poco genuini).

Il cambio verso una “abitudine salata” potrebbe essere difficile e quasi traumatico all’inizio, ma se si ha la pazienza di organizzare bene i tempi e far abituare il palato, i benefici non tarderanno ad arrivare (inclusa la perdita di peso, per chi la ricercasse), divenendo incentivo per continuare a forgiare questo tipo di usanza, finchè non diventi automatica.

Un break un po’ meno fast che vale la pena provare!

Tutti i colori del cioccolato

Il cioccolato è uno di quegli alimenti che mette tutti d’accordo: che sia da mangiare assoluto o da gustare insieme agli ingredienti di uno snack, che sia in formato topping per condire una gustosa cheesecake o la base di un buon biscotto, è sempre gradito da tutti, senza alcun dubbio. Anche perchè, come abbiamo visto, concedersi questo piccolo peccato di gola, quando ci si sente giù di morale, è un toccasana per l’umore!

Di varianti, però, ne esistono tre e c’è chi ne preferisce una rispetto a tutte le altre: fondente, bianco e al latte. Cerchiamo di capirci di più!

Cioccolato fondente

Spesso è il fondente ad essere definito “il vero cioccolato”.

Fatto con pasta di cacao (almeno al 45%), burro di cacao (almeno al 28%), zucchero, vaniglia e, a volte, lecitina (emulsionante), è sicuramente quello più impiegato in cucina.

Ma occhio… per ottenere i dolci più buoni è meglio prendere in considerazione di acquistare quello che contiene almeno il 50% di cacao!

Cioccolato al latte

Il cioccolato al latte è, invece, quello più consumato dai bambini (ma anche da molti adulti golosi!) in formato “tavoletta” o “cioccolatino“.

Si ottiene aggiungendo al cacao (in genere presente dal 25% in su) il latte, ottenendo un composto più cremoso e dolce.

Cioccolato bianco

Quest’ultima tipologia, forse la più golosa in assoluto, si ottiene miscelando burro di cacao per il 20% del peso, latte (o derivati) per almeno il 14% e saccarosio in quantità massima al 55%: esaminando questi ingredienti ci si rende conto che questa variante non contiene né cacao né coloranti, per cui, tecnicamente, non potrebbe nemmeno essere definita “cioccolato”.

Essendo molto più grasso e dolce del fondente, il cioccolato bianco è usato per glassare torte, oltre che per realizzare salse, dolci e gelati squisiti.

And the winner is…?

Secondo la normativa si definisce cioccolato un prodotto costituito da granelli di cacao, cacao magro e cacao in polvere, saccarosio e burro di cacao. Per questo motivo, si ritiene che il cioccolato migliore sia quello che contiene le percentuali maggiori di cacao. Trovarne uno, ad esempio, con una percentuale pari o superiore al 70% garantisce un prodotto molto più naturale, non processato industrialmente, con un gusto, forse, più amaro ma, indubbiamente, anche effetti benefici di gran lunga superiori!

 

Caramello-mania!

Ottimo da pregustare su una gustosa cheesecake, perfetto come ingrediente di base per frappè refrigeranti e super sweet, ideale come condimento finale di una coppa di gelato… il caramello è, forse, l’alimento più amato dai golosi. Ma di cosa si tratta esattamente e come viene preparato?

Zucchero e caramello: due facce della stessa medaglia

Il caramello, in realtà, non è altro che zucchero da cucina… fuso.

Il tutto si può facilmente preparare portando ad ebollizione lo zucchero, insieme ad un po’ d’acqua, in una casseruola di rame o acciaio, superando i 160°, che assicurano il punto di fusione, ma senza esagerare. Oltre i 180°, infatti, il preparato brucia e acquista un sapore terribilmente amaro.

Ma c’è un’altra cosa che può tornare utile sapere: a seconda della temperatura di cottura, il risultato può assumere varianti diverse.

Il caramello chiaro (o biondo) si ottiene mantenendo la cottura tra i 160 e i 170 gradi: si tratta della varietà che rimane, poi, semiliquida e che viene molto utilizzata, in cucina, come guarnizione (e gusto) di gelati, dolci e dessert, ma anche di alcuni piatti salati.

Il caramello scuro, invece, si ottiene raggiungendo temperature leggermente più alte, tra i 165 e i 177 gradi: dopo la cottura, la sua densità semiliquida solidifica velocemente e lo si ritrova come decorazione (gustosa) e come parte integrante di dolci che necessitano di quella classica “crosticina” dolce e piacevole al palato, che si scioglie in bocca; anche croccanti, noci pralinate ed altri alimenti “caramellabili” si ottengono grazie alla variante scura.

Miele caramellato

Naturalmente, anche se siamo portati, con la mente, a pensare al normale zucchero da cucina, anche altri tipi di zuccheri possono caramellare. In particolare, il miele è quello che dà risultati più particolari e delicati, anche se il tempo di cottura è decisamente più lungo (e avviene a bagnomaria), poichè deve evaporare tutta l’acqua presente: gli zuccheri, qui, non sono presenti in forma assoluta.

Altri tipi di caramello

Esistono anche altre procedure che creano delle situazioni di mix tra le due varianti chiara e scura: ad esempio, si può versare acqua bollente sul caramello scuro per non farlo solidificare e lasciarlo semiliquido, oppure, alla stessa maniera, utilizzare latte e/o panna, dando vita a quello che viene definito toffee.

Insomma, “le vie del caramello sono infinite”, ma in ogni sua declinazione resta l’eccellenza fra le golosità!

Snickers: da barretta energetica a snack goloso

Snickers: chi non associa a questo nome quell’immagine disegnata sulla confezione della barretta e quel gusto golosissimo che mescola il cioccolato al caramello e alle arachidi?

Oggi è uno snack assolutamente internazionale, ma le sue origini sono lontanissime nel tempo e anche piuttosto curiose da raccontare.

Le origini

Siamo nel 1930.

Mars, che era attiva già dal 1911, quando Franklin Clarence Mars gettò le basi dell’azienda a Tacoma, Washington, per vendere caramelle insieme alla moglie, immette sul mercato il suo secondo prodotto, dopo la celebre barretta al cioccolato chiamata Milky Way. Si tratta proprio dello Snickers, una nuova barretta che prende il nome da uno dei cavalli di famiglia preferiti.

La cosa curiosa è che lo stesso prodotto, con gli stessi ingredienti, è stato, per un certo periodo di tempo, venduto col nome di Marathon in Regno Unito ed Irlanda. Solo nel 1990 l’azienda decise di riunificare tutto sotto lo stesso nome, anche se, recentemente, dei prodotti chiamati proprio Snickers Marathon sono stati venduti in alcuni shop come barrette energetiche… nonostante contengano più di 285 calorie (per l’esattezza, circa 450).

Un’altro aneddoto curioso riguarda il suo peso: riferendoci alle barrette del Regno Unito, prima del 2009 era di 62.5 grammi, per poi essere ridotto, in quell’anno, a 58 grammi e, ancora, a 48 grammi nel 2013.

Ingredienti golosissimi

Come tutti sappiamo, lo snickers è composto da un cuore di arachidi tostate e salate, mixate a del dolcissimo caramello, ricoperto da gustoso e croccante cioccolato al latte.

Esistono, tuttavia, numerosissime varianti, alcune mai approdate in Italia, che hanno fatto impazzire gli amanti del suo gusto.

Oggi Snickers fa parte della grande famiglia Mars Incorporated e fattura, annualmente, ben 2 miliardi di dollari!

Angel Food Cake: il cibo degli angeli!

Qualche tempo fa ci siamo persi tra le gustose varianti della cheesecake, torta americana per eccellenza, le cui origini, però sono così remote da perdersi, addirittura, tra i greci ed i romani, nella nostra Europa.

Oggi, invece, ci immergeremo in un mondo decisamente più soffice, dorato e sognante: quello della Angel Food Cake!

Morbida e spugnosa come una nuvola

Prima di introdurre questa dolce leccornia americana c’è una precisazione da fare: esiste una versione inglese di questa torta, che si chiama semplicemente Angel Cake, che è a base di Pan di Spagna e creme, molto differente, come vedremo, dal concetto di torta “eterea” che rappresenta la Angel Food Cake, letteralmente, appunto, “Cibo degli Angeli“.

La versione statunitense, infatti, si presenta come una ciambella molto leggera, alta, dorata all’esterno e bianca all’interno, priva di burro ed uova ma contenente soltanto albumi montati a neve. È, quindi, un dolce unico nel suo genere, perchè realizzato secondo altri canoni rispetto a tutti gli altri, svelando, come risultato, una consistenza soffice e porosa, tanto che una volta a contatto con il palato… sembrerà di mangiare una nuvola!

Da qui il suo nome così singolare.

Storia e origini

Non si conoscono i particolari legati alla nascita di questo dolce tipico statunitense ma quello che è certo è che il suo nome è apparso per la prima volta, secondo le fonti storiche, in un ricettario di cucina nel 1839The Kentucky Housewife di Lettice Bryan. All’epoca una torta realizzata senza uova e burro era una assoluta novità: ecco perchè si pensa che la Angel Food Cake abbia aperto, in quegli anni, il filone delle torte senza burro.

Qualche tempo dopo, nel 1878, la torta “angelica” è stata presentata anche in un altro libro di cucina, The Home Messenger Book of Tested Recipes di Isabella Stewart; la curiosità di questa ricetta riguarda il fatto che, sebbene si facesse a meno, tra gli ingredienti, come sempre, di burro e tuorli d’uovo, si prevedeva l’utilizzo di ben 11 albumi!

Ci sono anche leggende e dicerie che vorrebbero che questa grande quantità di albumi venisse montata da schiavi africani, per ottenere il risultato più rigido possibile, grazie alla forza e alla potenza del loro operato; si tratta, però, solo di voci non confermate, senza alcun riscontro storico.

Ad ogni modo, dalla metà dell’Ottocento, la Angel Food Cake ha conquistato il cuore ed il palato degli statunitensi, affermandosi come dolce tipico della cucina americana.

Da lì il viaggio verso altri Paesi è stato breve e, nel corso dei secoli, arrivando fino a noi, la sua ricetta si è tramandata di generazione in generazione, divenendo anche particolarmente richiesta e cliccata sul web.

Molti americani, soprattutto quelli che optano per una colazione salata, preferiscono consumare una fettona di Angel Food Cake nel proprio bar di fiducia, sormontata da frutta fresca o sciroppi golosi; noi europei, invece, la scegliamo accompagnata da un buon caffè, al mattino, nella sua morbidissima semplicità!

Frutta e verdura: i colori della salute

La mamma, la nonna apprensiva, il medico, il nutrizionista, il dietologo: un po’ tutti, nel corso della vita, ci raccomandano di consumare, quotidianamente, grandi porzioni di frutta e verdura.

Si parla addirittura di almeno cinque porzioni al dì, per integrare sali minerali e vitamine e contribuire ad una giusta idratazione dall’interno, rinforzando le difese immunitarie e combattendo persino obesità, malattie cardiovascolari, diabete e tumori.

Ma quello che è ancora più interessante è che la natura ci parla… attraverso i colori!

Ecco perchè si può imparare a capire quali sono le caratteristiche e le proprietà nutritive principali di questi alimenti, semplicemente constatandone il colore naturale!

I colori della natura

Essenzialmente possiamo distinguere i colori base in 5 tonalità.

  • Rosso: pomodori, peperoni, rape, barbabietole, arance rosse, mele rosse, ciliegie, fragole, anguria e si potrebbe ancora continuare. Ricchi di licopene, questi alimenti sarebbero in grado di ridurre i rischi di cancro e malattie cardiovascolari.
  • Giallo/Arancio: arance, limoni, mandarini, pompelmi, albicocche, pesche, carote, peperoni, zucca, nespole, mais, melone… si tratta di vegetali che hanno in comune la ricchezza in flavonoidi, carotenoidi e vitamina C, per cui con grandi proprietà antiossidanti, utili per combattere l’invecchiamento e per tenere in forma ossa, articolazioni ed anche la pelle.
  • Bianco: aglio, cipolla bianca, cavolfiore, finocchi, pere e c’è chi fa rientrare nel gruppo anche porri, funghi e sedano. Si tratta di cibi ricchi in polifenoli, flavonoidi, selenio, potassio, vitamina C e allicina, sostanze che rinforzano il sistema immunitario, abbassano colesterolo, pressione arteriosa e si prendono cura della salute generale del corpo.
  • Verde: asparagi, basilico, broccoli, cavoli, carciofi, cetrioli, cicoria, lattuga, rucola, prezzemolo, spinaci, zucchine, kiwi e tanti altri. Questi alimenti conservano questo colore grazie alla clorofilla, sono ricchi di carotenoidi, magnesio, vitamina C, acido folico e luteina, importante per la salute degli occhi, intervenendo, quindi, su molti aspetti, anche nella salute della donna in gravidanza, aiutando ad assimilare il ferro e migliorando lo stato di salute.
  • Blu/Viola: melanzane, radicchio, fichi, frutti di bosco, prugne, uva e tanti altri. Questi cibi hanno in comune con quelli rossi (d’altro canto il rosso è comune al blu e al viola!) le antocianine e la vitamina C, oltre carotenoidi, potassio e magnesio. Altri alleati della pelle, della giovinezza e dell’integrazione di sali minerali, importantissimi per le nostre energie quotidiane!

Secondo i nutrizionisti, la maniera più giusta di alimentarsi sarebbe, appunto, proprio quella di variare con i colori. Ma c’è chi gradisce di più alcuni cibi rispetto ad altri. Ad esempio, i più golosi adorano gelati e frappè alla frutta proprio perchè sono alimenti sani e gustosi, ma anche super-sweet!

E voi quali colori preferite?

Birra Bud, un simbolo americano

Lo scorso anno la birra più venduta oltreoceano, e che conosciamo benissimo anche noi italiani, ha subito un cambiamento nella veste grafica, che le ha donato non solo nuovi colori e frasi ad effetto, ma anche una enorme scritta, “America“, che ha troneggiato, con amor patriottico dichiarato, sugli scaffali di tutti i supermercati americani.

Parliamo, naturalmente, della Bud, diminutivo di Budweiser, che però ha una “genitorialità” piuttosto complessa e ancora dibattuta, tra USA e Repubblica Ceca.

La contesa con la Repubblica Ceca

In effetti, Budweis è il nome tedesco di una città della Repubblica Ceca (Budějovice), dove i mastri birrai si tramandano, da oltre 700 anni, i metodi della lavorazione della birra, la Budvar, soprannominata la “birra dei re” proprio per il suo gusto particolare e inconfondibilmente buono.

Nel 1895 il birrificio Budějovický Budvar Národní Podnik iniziò la produzione di birra su grande scala, unendo la tradizione al progresso tecnologico che era in atto.

La questione è che, qualche anno prima, nel 1857, un immigrato tedesco, chiamato Adolphus Busch, si era trasferito negli Stati Uniti e, insieme ad un socio, Eberhard Anheuser (proprietario di una birreria), aveva cominciato, nel 1876, a Saint Louis, a produrre la più nota (ad oggi) Budweiser Lager Beer, molto probabilmente ispirandosi proprio alla fama della birra ceca, tanto da rifarsi anche nel motto “King of Beers” (che ritroviamo anche sulle bottiglie odierne).

Il successo della Budweiser, che divenne “amichevolmente” Bud, fu immenso, tanto da imporre la birra negli Stati Uniti e, successivamente, anche nella nostra Europa, oscurando, di fatto, la Budvar.

Dal canto loro, i produttori della Repubblica Ceca hanno fatto sapere che la loro versione è preparata solo con i fiori femminili del luppolo di Zatec (tra le varietà più pregiate al mondo), che contengono oli essenziali in grado di donare alla birra un aroma inconfondibile, giocando anche sul fatto che sia l’acqua a fare la differenza: a Budějovice viene prelevata solo acqua purissima, con una composizione minerale unica, da pozzi artesiani profondi oltre 300 metri.

La battaglia legale tra cechi e statunitensi, ad ogni modo, si trascina da molto tempo ed è arrivata sino ai giorni nostri.

La variante americana

La Bud che ordiniamo al pub o che ritroviamo sugli scaffali del supermercato è, sicuramente, di matrice americana.

Tra gli ingredienti, oltre al malto, al luppolo, all’acqua e al lievito, si ritrova anche il riso, che dona quel colore chiaro, limpido e ambrato che la caratterizza (ed inoltre ne riesce a tenere anche basso il costo).

La Bud odierna, ad ogni modo, è una lager realizzata con tecniche di produzione di massa, invecchiata sopra un letto di schegge di legno di faggio, per renderla più frizzante.

Dall’apertura dell’attività da parte di Busch e Anheuser, fu nel 1901 che venne infranto il record di produzione di 1 milione di barili in un anno, anche se, successivamente, nell’epoca del proibizionismo, venne imposto uno stop praticamente decisivo, tant’è che l’azienda, per andare avanti, dovette cominciare a produrre anche gelati, lievito di birra e persino automobili.

Con il passare del tempo si ritornò ai vecchi fasti e ad un periodo di crescita, fino ad arrivare, negli anni 70, ad un riconoscimento, per il birrificio di St. Louis, di Patrimonio Storico Nazionale. Negli anni 90 il birrificio si consolidò come quello di maggior successo negli Stati Uniti d’America.
Dal 1986, inoltre, la Bud è la Birra ufficiale della Coppa del Mondo FIFA.

Curiosità

Il fatto che la birra venga commercializzata con il nome di Bud e non di Budweiser è proprio legato alla disputa legale che ha avuto più colpi di scena, nell’arco di questi anni.

Inoltre, nel nostro Paese, la Budweiser Budvar è stata commercializzata dal 2002 al 2005 come Czechvar e dal 2005 al 2013 come Budějovický Budvar.

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