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Le origini della Cheesecake

Gustosa, fragrante ad ogni assaggio, fresca e piacevole al palato, da deliziare durante le caldissime sere d’estate: la cheesecake è oramai famosa in tutto il mondo e amata da tutti, ma quali sono le sue origini e come è arrivata sino a noi?

Un viaggio nello spazio e nel tempo

In verità, sebbene questa storica torta sia associata dai più alla Grande Mela, è proprio dal nostro continente che bisogna partire per studiarne le origini più remote.

Isola di Delos, Grecia, nel Mar Egeo, 776 a.C.

Sarebbero queste le prime informazioni, in tempo e spazio, relative alla comparsa delle prime ricette di torte al formaggio (di pecora, con l’aggiunta di miele) che, probabilmente per il loro valore nutritivo, venivano servite agli atleti durante le Olimpiadi.

La fonte sarebbe da ritrovare in uno scritto di Aegimius, ma anche il latino Catone parla di queste torte al formaggio, citando un dolce chiamato placentae, composto da due dischi di pasta farciti, appunto, con formaggio e miele, aromatizzato con foglie d’alloro, che facevano anche da “conservante”.

Il fatto che ne parlino sia un greco che un latino è indicativo: furono proprio i Romani, infatti, a diffondere questa leccornia in Europa! Ed è proprio dal nostro continente che, poi, ha fatto capolino in tutto il mondo, tanto da avere, oggi, svariate versioni, una per ogni Paese, come quella americana, che è la più celebre, quella sudafricana, quella anglosassone, quella europea e persino scandinava e asiatica.

La versione newyorkese

Analizzare tutte le varianti sarebbe complicatissimo poichè, anche all’interno dei vari continenti, ogni posto ha rivisitato la ricetta originale a modo suo, ma vale la pena soffermarsi su quella che si ritiene la più celebre, alla quale si ispirano, molto probabilmente, tutte le altre: quella americana ed, in particolare, newyorkese.

Questa versione è dovuta a un certo James L.Kraft, un lattaio americano che, nel 1872, fece, come spesso capita in questi casi, un errore in cucina, cercando di ricreare un famoso formaggio francese chiamato Neufchatel.

Nacque così un prodotto diverso, che prese il nome della città in cui si trovava il suo creatore… un formaggio spalmabile che oggi conosciamo come Philadelphia. Ora il nome Kraft vi dice qualcosa in più?

Ebbene sì, il celebre marchio è legato anche alla nascita della Cheesecake!

Nel 1880 il successo di questa nuova chicca culinaria era già planetario, tanto da diventare prima scelta per realizzare la moderna Cheesecake: la consistenza ed il sapore erano ideali per un risultato finale gustoso e soffice al palato.

Su questa stessa base, poi, sono nate tantissime varianti di cottura e di preparazione, ma il tocco classico è quello di aggiungere alla ricetta originale, con formaggio spalmabile, appunto, e biscotti, una crema o un topping ai frutti di bosco, che dia non solo colore ma anche gusto!

Per i più “moderni” o gli intolleranti a questo tipo di ingrediente, in ogni caso, si può scegliere anche tra cioccolato, caramello, vaniglia e tantissime altre proposte gustose!

Smoothie, frullati e centrifugati, scopri le differenze!

Qualche tempo fa abbiamo esplorato le differenze tra Milkshake e Frappè.

Oggi, invece, ci perderemo tra quelli che, in America, sono definiti i “beveroni naturali“, quei concentrati di vitamine che anche i VIP, spesso, bevono a lunghi sorsi, in bicchieroni di cartone, per strada, durante lo shopping e le passeggiate, o anche al lavoro.

Il ritorno verso standard più “tradizionali”, dovuto al “richiamo salutista ed ambientalista” del nostro secolo, ha fatto in modo che l’alimentazione cambiasse radicalmente, non solo nel cibo ma anche nelle bevande.

E quindi, per molti, addio alle proposte confezionate, gasate o “chimicamente ottenute” e welcome a centrifugati, frullati e smoothie!

A proposito, ma che differenza c’è, esattamente, tra queste tre varianti?

Smoothie

Smoothie è un termine nato negli anni ’60, che viene da “smooth“, che significa morbido, cremoso, vellutato. Da qui, si intuisce la consistenza di questo preparato.

È una delle cosiddette “bevande green”, che in America ha conquistato così tanti cuori da ispirare la nascita dei fortunati “Smoothies Bar“.

Gli smoothie vanno bevuti appena preparati proprio per la genuinità dei componenti: esattamente come accade per la macedonia, se si aspetta troppo tempo la frutta scurisce e il sapore si perde.

I gusti più amati? Mela, carota, fragola, pompelmo, arancia, ma anche sedano, cetriolo, finocchio o aromatizzati con spezie, come menta, cannella, zenzero, maracuja o açai.

In questi concentrati di vitamine naturali la base è fatta da yogurt o gelato, in modo che il prodotto finale sia denso e cremoso, lontano dal concetto di frappè o di milkshake (non c’è ghiaccio nè latte), dalla consistenza di una purea ma anche dai soliti beverage.

Assolutamente da provare!

Frullato

Con i frullati anche noi italiani abbiamo confidenza, anche se, negli ultimi anni, anche gli smoothie hanno conquistato diversi palati di nostri connazionali.

In questo caso, anche se gli ingredienti possono essere gli stessi (di solito, comunque, non si utilizzano gli aromi speziati) il risultato non è denso ma liquido, ottenendo il composto miscelando il tutto ad acqua o a succhi di frutta.

Centrifugato

Per quanto riguarda i centrifugati, siamo sicuramente in mezzo tra il concetto di frullato e di smoothie, il primo, a confronto, poco “puro”, e il secondo molto più calorico, dati gli ingredienti.

Qui siamo in presenza di un succo puro, estratto dalla frutta e/o dalla verdura che si sono scelte, senza alcun tipo di aggiunta.

È forse il prodotto meno calorico, più salutare e più semplice da realizzare in assoluto, tra tutti!

E voi, quale preferite?

10 cose che (forse) non sapevi sull’oreo

Oggi, e da parecchio tempo, quando si parla di Oreo, sono pochissime le persone, a livello mondiale, che cadono dalle nuvole.

Si tratta, infatti, dei biscotti più popolari e amati al mondo, recentemente anche entrati di diritto nella dieta vegana, poichè non contengono ingredienti di origine animale.

Noi di Birdy’s amiamo utilizzarli come ingredienti per tantissime delle nostre proposte super sweet, come i gelati Stick, la Oreo cake o il gustosissimo MilkShake, ma sono tante le curiosità che si possono rivelare su questo goloso biscotto, che fa venire l’acquolina in bocca a grandi e piccini; scopriamo quali sono!

  1. Gli Oreo furono ideati e prodotti da una ditta americana, famosa proprio per la produzione di biscotti, chiamata Nabisco, nel Febbraio 1912, a New York. I biscotti britannici, per l’azienda, erano troppo ordinari e pensarono, così, di rinnovare un po’ l’offerta sul mercato con qualcosa di originale.
  2. Inizialmente gli Oreo avevano la forma di una piccola montagna ed erano disponibili in due sapori: lemon meringue e cream.
  3. Il primo Oreo è stato venduto il 6 Marzo 1912 a un negoziante di Hoboken, in New Jersey.
  4. Oreo è stato il marchio di biscotti più venduto nel mondo dalla sua immissione sul mercato. Dall’inizio della sua commercializzazione, infatti, sono stati venduti oltre 490 miliardi di biscotti, rendendolo il più venduto (e quindi famoso) del XX secolo.
  5. L’origine del suo nome è alquanto misteriosa: c’è chi ipotizza una matrice francese (“or“, cioè oro), in richiamo della confezione originaria, che era dorata; c’è chi rivede la parola greca “oros“, che tradotta significa “montagna” o “collina” (in riferimento alla sua forma iniziale) o anche “oreos” che significa, nella stessa lingua, “bello“; qualcun altro azzarda una combinazione di lettere, pensando che la sillaba “re” sia stata inserita tra due lettere “o” per creare un suono che fosse melodico.
  6. Fu nel 1916 che il biscotto subì un rinnovamento in design, momento in cui la Nabisco decise anche di ridurre la produzione della variante alla meringa al limone, perchè il gusto crema era sensibilmente più amato dalla clientela.
  7. A quanto pare, l’Oreo, che oggi è considerato vegan, inizialmente veniva preparato con il lardo, con una modifica, poi, della ricetta negli anni 90, che ha previsto uno shift di questo ingrediente verso l’olio vegetale.
  8. L’Oreo è molto simile ad un altro biscotto, l’Hydrox, prodotto da un’altra ditta, di nome Sunshine, nel 1908; voci di corridoio vorrebbero che il famoso biscotto fosse stato proprio da esso ispirato, anche perchè gli Hydrox furono ritirati dal mercato nel 1999, proprio a causa del predominio commerciale dei “rivali”. Inoltre, il brand ha riservato la stessa sorte anche ad una nuova versione del biscotto, chiamata Droxie, che venne anch’essa ritirata dal mercato.
  9. Oltre alla tradizionale forma conosciuta in tutto il mondo, gli Oreo sono prodotti anche in molte varianti diverse, che, però, non risultano disponibili in tutti i Paesi: Oreo WaferStix (barrette con crema all’interno e ricoperte di cioccolato), Golden Chocolate Creme Oreo (Oreo al rovescio, con wafer alla vaniglia e ripieno di cioccolato), Golden Oreo (wafer di vaniglia con il ripieno di crema), Mini Oreo (più piccoli), Double Stuf Oreo (con contenuto doppio di crema), Double Delight Oreo (biscotti al cioccolato con due ripieni: burro di arachidi e cioccolato, menta e crema, caffè e crema), Flavored Oreos (disponibili con varie creme, come burro di arachidi, cioccolato, menta, caramello e milkshake alla fragola).
  10. Pare che la farina utilizzata per produrli sia prodotta direttamente nei mulini della Nabisco.

La storia del gelato è tutta italiana

Il gelato è parte integrante della cultura culinaria di tutto il mondo, con le dovute varianti e personalizzazioni (se solo si pensa al gelato fritto dei cinesi…).

La paternità di questo alimento così gustoso, dolce e nutriente, però, è tutta nostrana; ma procediamo con ordine.

La storia

Andando per gradi, si potrebbe persino risalire agli “avi” del gelato, che sarebbero da ritrovare in una sorta di sorbetto, che si otteneva mescolando i più svariati ingredienti alla neve.

Ce n’è un esempio nella Bibbia, quando Isacco offre ad Abramo latte di capra misto a neve, o anche negli antichi romani, quando le loro nivatae potiones deliziavano i commensali: si trattava di dessert ottenuti mescolando ingredienti freschi con “porzioni” di neve, raccolta durante l’inverno e poi conservata in cave fredde e lontane dal sole, dalle quali era possibile, poi, estrarla per portarla in città durante le stagioni più calde.

Per la nascita vera e propria della ricetta del gelato come la conosciamo noi, o giù di lì, però, bisogna aspettare il Cinquecento.

I nomi da fare sono due, entrambi italianissimi.

Il primo è quello di Bernardo Buontalenti, architetto (e non solo) fiorentino, autore di quella che poi è divenuta la tradizionale e golosa ricetta con uova, panna e latte.

Il secondo è quello di Francesco Procopio dei Coltelli, cuoco e gentiluomo palermitano, che si trasferì alla corte del Re Sole, a Parigi, aprendo il primo caffè-gelateria della storia, il Caffè Procope, celebre e rinomato ancora oggi.

Verso la produzione in serie

Per arrivare alla produzione su scala industriale bisognerà aspettare ancora qualche secolo, esattamente il XVIII, quando un certo Filippo Lenzi, un altro italiano, investì nel Nuovo Mondo, aprendo, in terra americana, la prima gelateria extra europea.

Il successo fu enorme ed immediato, tanto da stimolare nuove invenzioni, come la sorbetteria a manovella di William Le Young.

Da lì il passo verso il mondo moderno è stato breve: le Rivoluzioni Industriali stavano facendo il loro dovere e non è stato difficile inserire anche il settore alimentare nella trama degli ingranaggi, anche a livello mentale.

La nascita dei brand italiani più famosi

Il primo gelato italiano su stecco, al gusto fiordilatte, è stato il Mottarello, che risale al 1948.

Negli anni 50 fece l’ingresso sul mercato il primo gelato su cialda: il Cornetto!

Ancora, negli anni 70, arrivò il Barattolino, un formato famiglia comodo e conveniente che poteva essere ben conservato anche tra le mura domestiche, grazie all’ingresso del freezer nel quotidiano delle famiglie.

Infine, l’ultima tipologia “brand new” fu il biscotto bicolore Ringo.

Da questi standard, poi, si sono evolute tantissime altre forme e proposte di gelato moderno che, essenzialmente, si sono ispirate a questi modelli originari, lavorando sui gusti, sulle cialde e sui mix da ottenere, intersecando le varie concezioni di gelato.

Il lato “buono” del gelato

Il gelato, oggi, è consigliato anche all’interno di diete e regimi alimentari controllati poichè i suoi ingredienti sono genuini, nutrienti e poco calorici, se assunti nelle quantità giuste e prediligendo gli aromi fruttati. Si tratta, quindi, non solo di un alimento buono in gusto, ma anche in “essenza”, amato da grandi e piccini e alleato prezioso, con le sue vitamine e i suoi sali minerali, del caldo torrido estivo!

Arizona tea, il più venduto negli USA

Era il 1992 quando due imprenditori italo-americani, John Ferolito e Don Vultaggio, dettero vita ad una nuova concezione di una bevanda molto antica, il tè, comune a tantissime culture e a innumerevoli tradizioni da secoli e secoli.

L’innovazione principale ha riguardato il fatto che il prodotto è stato concepito in maniera molto più salutare e “open” rispetto ai classici tè serviti al pubblico, con gusti e aromi innovativi (come miele, mandarino, melograno, ginseng, fiori) e impostazione naturale al 100%.

Nessun aromatizzante artificiale, nessun colorante sintetico, soltanto un importante processo di pastorizzazione a caldo, con temperature killer per i batteri, e una pellicola allegra e colorata che, oltre a rendere le confezioni particolarmente invitanti, scherma anche la bevanda dai raggi UV.

Insomma, rispetto ai concorrenti presenti sul mercato i Tè Arizona si sono distinti in una concezione completamente diversa ed unica, tant’è che, in 15 anni di presenza attiva, sono diventati il brand più comprato, in USA, come bevande a base di tè.

E in Italia?

Nel nostro Paese la distribuzione di questo marchio, insieme a tanti altri brand di rilevanza nazionale ed internazionale, è affidata al Gruppo Biscaldi, nato nel 1969 come importatore di birre, vini, acque e liquori.

Per chi ha voglia, in queste caldissime giornate estive, di una bevanda fresca, refrigerante, naturale e, soprattutto, genuina, non rimane che l’imbarazzo della scelta tra i vari gusti ed aromi disponibili!

Arriva l’estate ed è Birdy’s Stick Mania!

L’estate è ormai arrivata in anticipo con queste temperature “hot” che ci ritroviamo in casa e… anche in ufficio (Sigh!).

Ecco perchè abbiamo pensato di dare un po’ di gustoso sollievo alle vostre pause (e non solo) con una grande novità firmata Birdy’s Bakery!

Parliamo dei Birdy’s Stick, i nostri gelati a stecco personalizzati, disponibili non solo fruttati ma anche ispirati ai gusti delle nostre torte più buone e dei nostri cupcake.

Nelle nostre bakery potrai scegliere, quindi, tra:

  • Oreo
  • Snickers
  • Red Velvet
  • Cheesecake
  • Cocco e Cioccolato
  • Kiwi
  • Ananas
  • Mango
  • Fragola e Panna

Tutti i nostri gelati sono disponibili in entrambi i punti vendita, quello “madre”, di Chiaia, in vico Belledonne 14, e quello del Vomero, in via G. Bernini 8.

Siamo molto curiosi delle vostre opinioni: riusciremo ancora una volta a soddisfare anche i palati più raffinati?

Veniteci a trovare durante una pausa pranzo, una serata tra amici o una passeggiata con il vostro partner o i vostri bambini e lo scopriremo insieme!

Burro d’arachidi: a colazione fa dimagrire (ma anche a merenda)

Il burro d’arachidi è uno di quegli alimenti che, a chi segue un regime alimentare controllato, fa quasi paura.

Eppure la verità pare sia molto più nel mezzo.

Uno studio pubblicato sul British Journal of Nutrition, infatti, ha riscoperto il valore di questo alimento quasi come… dietetico.

Ma come è possibile?

I risultati della ricerca

Il burro di arachidi si ottiene dalla macinatura di semi di arachidi per cui, anche se risulta particolarmente calorico, i suoi sono grassi tutti vegetali, insaturi: privo di colesterolo, infatti, è ricco di Omega 3, Omega 6 (che fanno bene al cuore), vitamine, proteine e sali minerali ed inoltre è un alimento privo di glutine, quindi adatto anche alla dieta dei celiaci.

Ma l’informazione più importante è quella che riguarda un altro aspetto fondamentale: secondo i risultati della ricerca sopracitata, mangiare burro d’arachidi riempie a tal punto da ricreare un senso di sazietà che può durare anche 12 ore. Di qui il valore dietetico di cui parlavamo!

Quando e come è concesso “abusare” del burro d’arachidi

Chi ha un buon metabolismo e/o chi fa sport non deve preoccuparsi dell’inserire questo alimento nella propria dieta quotidiana, anzi: fare uno spuntino post-allenamento o la colazione con fette di pane integrali oppure tostate, con anche l’aggiunta di marmellata fatta in casa, può essere solo un contributo in positivo per dare energia e sprint al corpo.

Chi, invece, ha più la tendenza ad ingrassare o fa poco movimento, può godere di questa leccornia tutta vegetale al massimo un paio di volte alla settimana, magari a colazione.

Quando evitare il burro di arachidi

Naturalmente, il burro di arachidi è sconsigliato in caso di allergie e va mangiato in piccole dosi, soltanto una tantum, in presenza di patologie come il diabete, che dipendono dalla glicemia.

L’origine della banana split

Sembra incredibile, eppure la banana split delizia i nostri palati da ormai oltre un secolo!
Ma come è arrivata ad essere concepita una leccornia del genere e chi l’ha inventata?

Anatomia di un dolce estivo

Se in America la banana split è una vera e propria istituzione, tanto da dedicarle addirittura un Banana Split Festival a Wilmington, in Ohio, in Italia questo culto sta un po’ sparendo, poichè sono pochi i posti dove è possibile mangiarla.

Motivo per il quale, forse, non tutti, soprattutto tra i giovanissimi, sanno di cosa stiamo parlando.

Si tratta di un dolce prettamente estivo, che prevede una banana tagliata di lungo (appunto “split“, cioè “divisa”, “spaccata”) che viene ricoperta di gelato, cioccolato fuso o altri topping e, se si gradisce, anche noccioline, frutta fresca, panna montata o altro.

Usanza è servirla intera nel classico piattino a barchetta, come da tradizione, ma, nel tempo, sono state create anche delle varianti, per cui è possibile trovarla anche tagliata a pezzetti e guarnita all’interno di bicchieri da frappè o persino frullata, da bere con una cannuccia.

Storia

Per quanto riguarda le origini di questo fresco dolce fruttato, dobbiamo andare indietro nel tempo di circa un secolo, all’estate del 1904.

La location è un bar di Latrobe, in Pennsylvania, USA, dove lavorava un ragazzo statunitense, un certo David Evans Strickler.

David aveva osservato un gelataio di Boston servire il gelato insieme ad una banana intera.

L’idea gli era piaciuta ma, per comodità ed igiene, pensò di eliminare la buccia e creare una versione “personalizzata” di quella strana ricetta da strada. Così tagliò la banana a metà, la farcì di cioccolato e gelato, e cominciò a servirla ai clienti.

Il successo fu così grande che, in poco tempo, questo dolce comparve nei menu di molte catene di ristoranti americani, in qualità di dessert, arrivando in Europa, negli anni 80-90, con la stessa sorte: veniva servito in ristoranti, trattorie, gelaterie.

Valori energetici

Di certo, la banana split è un alimento piuttosto sano, poichè composto, di base, da ingredienti genuini: gelato, frutta, latte.

La banana, tra i frutti, è tra i più calorici ma, di certo, nel panorama dei dessert e dei dolci, è considerabile un alimento ipocalorico; accompagnata dal gelato, ovviamente, le calorie aumentano ma, anche con le guarnizioni di crema di cioccolato fuso o panna montata, non si superano mai un certo numero di calorie.

Se consumata, quindi, come spuntino o come piatto unico, la banana split non ha alcun tipo di controindicazione a livello dietetico!

Naturalmente, essendo una portata che sazia parecchio, è consigliabile non servirla come dessert dopo una cena troppo abbondante… si rischierebbe solo di non gustarne appieno ogni cucchiaino!

 

Muffin: un dolce che ha viaggiato dall’Inghilterra agli USA

Quando sentiamo parlare di Muffin la nostra mente va, automaticamente, agli USA e alla loro cultura del Breakfast.

Li immaginiamo adagiati su piccoli vassoi, accanto al loro fedele compagno di sempre, il caffè americano, decorati da pezzetti di cioccolato, di carota, di frutta secca o di qualunque altro ingrediente ci solletichi la fantasia.

Ma, in verità, le radici di questo dolcetto così particolare sono da ricercare proprio nella nostra Europa!

In viaggio nel tempo

Etimologicamente, il nome “muffin” pare proprio derivare da “Mouflet“, termine francese che indica una sorta di pane soffice, ma c’è anche chi asserisce che potrebbe provenire dal tedesco “muffen”, che sta per “tortina dolce”. In ogni caso, comunque, il viaggio nel tempo verso le origini porta in Europa!

Siamo nel ‘700, location Gran Bretagna.

L’english muffin non sarebbe altro che il frutto dell’ingegno dei cuochi delle grandi famiglie nobili inglesi, pronti a riciclare pane avanzato del giorno prima e pezzi di biscotti, in un impasto che, mescolato a patate schiacciate, sagomato a forma di disco e fritto su una piastra, diventata una vera e propria golosità croccante e saporita. La preparazione, infatti, prevedeva, dopo la cottura, un ulteriore ripieno di burro, che veniva avvolto da questa “crosta” che veniva avviluppata su se stessa.

Anche all’epoca la regola era accompagnare questa pietanza con una bevanda calda, tant’è che divenne dolce tipico della rinomata “ora del tè” inglese.

Il successo per questa leccornia fu così grande che, presto, nacque anche la figura del Muffin Man, un venditore ambulante che sistemava i suoi dolcetti su un vassoio di legno, che portava appeso al collo. Chiudendo gli occhi si può ancora immaginare questo omino girovagare tra la gente, spargendo dietro di sè il buon profumo dei muffin appena sfornati.

Con l’espansione inglese dell’età vittoriana, tutta la cultura anglosassone venne letteralmente “espatriata”, lasciando arrivare anche questa ricetta fin nell’entroterra della nostra Europa, conquistando grandi e piccini… ma il luogo che ha reso i muffin un cult sono gli Stati Uniti, che li ha eletti compagni fissi di breakfast senza esitazione e che li ha lasciati diventare parte integrante della cultura, preparandoli nelle varianti più diverse.

La grande distribuzione

I muffin divennero facili da realizzare e da vendere poichè, con l’aggiunta dei conservanti all’impasto e la cottura in stampini monoporzione, fu semplice prepararne grandi quantità senza perdite di prodotto e distribuirne confezioni intere in giro per le città, le nazioni, i continenti.

Oggi riconosciamo un muffin dalla sua forma tipica, dalla sua piccola confezione colorata in carta, dalla sua calotta che ricorda un fungo e dalle sue decorazioni che richiamano gli ingredienti dell’impasto e della farcitura.

Un dolcetto gustoso, ricco di storia, che facilmente si abbina alla colazione, a pic-nic, aperitivi e spuntini golosi!

Giù di morale? Concediti del cioccolato!

Noi siamo quello che mangiamo” asseriva il filosofo Feuerbach; un concetto che, per il cioccolato, assume dei contorni ancora più precisi e definiti.

Se ne sono dette tante su questo alimento così goloso e particolare: che combatte la depressione, che è un potente afrodisiaco, che instilla il buonumore ma, al contempo, anche che provoca dipendenza, va a braccetto con l’obesità e che si associa a prolungamenti di stati d’animo negativi, se utilizzato come “arma” per sconfiggere periodi difficili.

Insomma, il cioccolato, dagli infiniti studi che sono stati proposti sul suo conto, apparirebbe come “tutto ed il contrario di tutto”, ambiguo, ambivalente, difficile da inquadrare.

Eppure è sin da quando l’uomo ha conosciuto il gusto di questo derivato dei semi del cacao, nelle antiche civiltà dell’America Centrale, che questa golosità appaga i palati di tutti. Non a caso, in quell’epoca il cioccolato era considerato il cibo degli dèi!

Più in là, personaggi del tipo di Casanova, ad esempio, lo hanno utilizzato perchè afrodisiaco e tantissime civiltà, antiche e moderne ne hanno esaltato il gusto e la “potenza” in termini di buon umore.

Cosa c’è di vero?

Il cioccolato al microscopio

Come ogni cosa buona, a questo mondo, il cioccolato implica, se se ne abusa, anche delle conseguenze negative; è questa l’unica vera ambiguità.

Quello che di certo si sa è che viene consumato in tutto il mondo da uomini, donne, bambini, avendo creato sul suo gusto, così unico, un vero impero economico.

Questo ha, ovviamente, degli impatti anche sugli studi che vengono condotti: molti sono commissionati proprio dai produttori e, quindi, possono subire influenze anche piuttosto importanti nei risultati.

Ciò non toglie che, l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione ne abbia attestato gli effetti antiossidanti e di prevenzione delle malattie cardiovascolari e di alcune forme di cancro, o che questo alimento sia in grado di stimolare la produzione di serotonina ed endorfina, arrivando anche ad  inibire l’appetito, a ridurre la sensazione di fatica, a migliorare l’umore e a mantenere il corpo e la mente svegli, aiutando l’attenzione a rimanere viva e incrementando il rendimento mentale; d’altro canto, però, c’è anche chi, come l’Associazione Dietetica e della Nutrizione Britannica, ne afferma il rischio di dipendenza, ne ricorda la pericolosità per l’obesità, cercando di focalizzare sul fatto che si può arrivare a perdere il controllo dei propri impulsi (o addirittura la propria autostima). Infatti, pare che la contemplazione, l’odore ed il sapore del cioccolato addirittura attiverebbero le stesse zone cerebrali coinvolte nelle dipendenze da droga, nel momento in cui i soggetti pensano al consumo.

Un aspetto curioso, se si pensa che anche l’amore, in alcuni soggetti più fragili, può sfociare in dipendenza (affettiva), può provocare inappetenza e cambiare l’umore e alcune funzioni fisiologiche, perlomeno per qualche tempo.

Infatti, per qualche ricercatore, il cioccolato sarebbe addirittura migliore di un farmaco antidepressivo poichè attiva gli stessi meccanismi che sperimenta una persona innamorata; si è persino valutato che i figli di donne che, in gravidanza, avevano assunto cioccolato, erano più attivi e reattivi.

Al rovescio della medaglia, però, c’è chi dice che, quando questo alimento viene consumato per compensare un vuoto emotivo, può soltanto prolungare la sofferenza, creandone altra in caso di abuso, che può portare a scompensi fisiologici e di peso.

Conclusioni

Insomma, il cioccolato aiuta la socialità, l’umore, persino l’amore attraverso l’esperienza del suo gusto e del suo piacere, ma non deve essere inteso come una cura per tutti i mali: in quel caso si rischia soltanto di abusarne, con probabili ripercussioni in negativo per se stessi e per gli altri.

Quindi, la prossima volta che ti sentirai giù di morale, utilizza The Chocolate Power: magari condividendo con i tuoi amici una bella cioccolata calda dimenticherai, per un po’, tutti i tuoi pensieri… ma solo per un po’!

 

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