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Snickers: da barretta energetica a snack goloso

Snickers: chi non associa a questo nome quell’immagine disegnata sulla confezione della barretta e quel gusto golosissimo che mescola il cioccolato al caramello e alle arachidi?

Oggi è uno snack assolutamente internazionale, ma le sue origini sono lontanissime nel tempo e anche piuttosto curiose da raccontare.

Le origini

Siamo nel 1930.

Mars, che era attiva già dal 1911, quando Franklin Clarence Mars gettò le basi dell’azienda a Tacoma, Washington, per vendere caramelle insieme alla moglie, immette sul mercato il suo secondo prodotto, dopo la celebre barretta al cioccolato chiamata Milky Way. Si tratta proprio dello Snickers, una nuova barretta che prende il nome da uno dei cavalli di famiglia preferiti.

La cosa curiosa è che lo stesso prodotto, con gli stessi ingredienti, è stato, per un certo periodo di tempo, venduto col nome di Marathon in Regno Unito ed Irlanda. Solo nel 1990 l’azienda decise di riunificare tutto sotto lo stesso nome, anche se, recentemente, dei prodotti chiamati proprio Snickers Marathon sono stati venduti in alcuni shop come barrette energetiche… nonostante contengano più di 285 calorie (per l’esattezza, circa 450).

Un’altro aneddoto curioso riguarda il suo peso: riferendoci alle barrette del Regno Unito, prima del 2009 era di 62.5 grammi, per poi essere ridotto, in quell’anno, a 58 grammi e, ancora, a 48 grammi nel 2013.

Ingredienti golosissimi

Come tutti sappiamo, lo snickers è composto da un cuore di arachidi tostate e salate, mixate a del dolcissimo caramello, ricoperto da gustoso e croccante cioccolato al latte.

Esistono, tuttavia, numerosissime varianti, alcune mai approdate in Italia, che hanno fatto impazzire gli amanti del suo gusto.

Oggi Snickers fa parte della grande famiglia Mars Incorporated e fattura, annualmente, ben 2 miliardi di dollari!

Angel Food Cake: il cibo degli angeli!

Qualche tempo fa ci siamo persi tra le gustose varianti della cheesecake, torta americana per eccellenza, le cui origini, però sono così remote da perdersi, addirittura, tra i greci ed i romani, nella nostra Europa.

Oggi, invece, ci immergeremo in un mondo decisamente più soffice, dorato e sognante: quello della Angel Food Cake!

Morbida e spugnosa come una nuvola

Prima di introdurre questa dolce leccornia americana c’è una precisazione da fare: esiste una versione inglese di questa torta, che si chiama semplicemente Angel Cake, che è a base di Pan di Spagna e creme, molto differente, come vedremo, dal concetto di torta “eterea” che rappresenta la Angel Food Cake, letteralmente, appunto, “Cibo degli Angeli“.

La versione statunitense, infatti, si presenta come una ciambella molto leggera, alta, dorata all’esterno e bianca all’interno, priva di burro ed uova ma contenente soltanto albumi montati a neve. È, quindi, un dolce unico nel suo genere, perchè realizzato secondo altri canoni rispetto a tutti gli altri, svelando, come risultato, una consistenza soffice e porosa, tanto che una volta a contatto con il palato… sembrerà di mangiare una nuvola!

Da qui il suo nome così singolare.

Storia e origini

Non si conoscono i particolari legati alla nascita di questo dolce tipico statunitense ma quello che è certo è che il suo nome è apparso per la prima volta, secondo le fonti storiche, in un ricettario di cucina nel 1839The Kentucky Housewife di Lettice Bryan. All’epoca una torta realizzata senza uova e burro era una assoluta novità: ecco perchè si pensa che la Angel Food Cake abbia aperto, in quegli anni, il filone delle torte senza burro.

Qualche tempo dopo, nel 1878, la torta “angelica” è stata presentata anche in un altro libro di cucina, The Home Messenger Book of Tested Recipes di Isabella Stewart; la curiosità di questa ricetta riguarda il fatto che, sebbene si facesse a meno, tra gli ingredienti, come sempre, di burro e tuorli d’uovo, si prevedeva l’utilizzo di ben 11 albumi!

Ci sono anche leggende e dicerie che vorrebbero che questa grande quantità di albumi venisse montata da schiavi africani, per ottenere il risultato più rigido possibile, grazie alla forza e alla potenza del loro operato; si tratta, però, solo di voci non confermate, senza alcun riscontro storico.

Ad ogni modo, dalla metà dell’Ottocento, la Angel Food Cake ha conquistato il cuore ed il palato degli statunitensi, affermandosi come dolce tipico della cucina americana.

Da lì il viaggio verso altri Paesi è stato breve e, nel corso dei secoli, arrivando fino a noi, la sua ricetta si è tramandata di generazione in generazione, divenendo anche particolarmente richiesta e cliccata sul web.

Molti americani, soprattutto quelli che optano per una colazione salata, preferiscono consumare una fettona di Angel Food Cake nel proprio bar di fiducia, sormontata da frutta fresca o sciroppi golosi; noi europei, invece, la scegliamo accompagnata da un buon caffè, al mattino, nella sua morbidissima semplicità!

Frutta e verdura: i colori della salute

La mamma, la nonna apprensiva, il medico, il nutrizionista, il dietologo: un po’ tutti, nel corso della vita, ci raccomandano di consumare, quotidianamente, grandi porzioni di frutta e verdura.

Si parla addirittura di almeno cinque porzioni al dì, per integrare sali minerali e vitamine e contribuire ad una giusta idratazione dall’interno, rinforzando le difese immunitarie e combattendo persino obesità, malattie cardiovascolari, diabete e tumori.

Ma quello che è ancora più interessante è che la natura ci parla… attraverso i colori!

Ecco perchè si può imparare a capire quali sono le caratteristiche e le proprietà nutritive principali di questi alimenti, semplicemente constatandone il colore naturale!

I colori della natura

Essenzialmente possiamo distinguere i colori base in 5 tonalità.

  • Rosso: pomodori, peperoni, rape, barbabietole, arance rosse, mele rosse, ciliegie, fragole, anguria e si potrebbe ancora continuare. Ricchi di licopene, questi alimenti sarebbero in grado di ridurre i rischi di cancro e malattie cardiovascolari.
  • Giallo/Arancio: arance, limoni, mandarini, pompelmi, albicocche, pesche, carote, peperoni, zucca, nespole, mais, melone… si tratta di vegetali che hanno in comune la ricchezza in flavonoidi, carotenoidi e vitamina C, per cui con grandi proprietà antiossidanti, utili per combattere l’invecchiamento e per tenere in forma ossa, articolazioni ed anche la pelle.
  • Bianco: aglio, cipolla bianca, cavolfiore, finocchi, pere e c’è chi fa rientrare nel gruppo anche porri, funghi e sedano. Si tratta di cibi ricchi in polifenoli, flavonoidi, selenio, potassio, vitamina C e allicina, sostanze che rinforzano il sistema immunitario, abbassano colesterolo, pressione arteriosa e si prendono cura della salute generale del corpo.
  • Verde: asparagi, basilico, broccoli, cavoli, carciofi, cetrioli, cicoria, lattuga, rucola, prezzemolo, spinaci, zucchine, kiwi e tanti altri. Questi alimenti conservano questo colore grazie alla clorofilla, sono ricchi di carotenoidi, magnesio, vitamina C, acido folico e luteina, importante per la salute degli occhi, intervenendo, quindi, su molti aspetti, anche nella salute della donna in gravidanza, aiutando ad assimilare il ferro e migliorando lo stato di salute.
  • Blu/Viola: melanzane, radicchio, fichi, frutti di bosco, prugne, uva e tanti altri. Questi cibi hanno in comune con quelli rossi (d’altro canto il rosso è comune al blu e al viola!) le antocianine e la vitamina C, oltre carotenoidi, potassio e magnesio. Altri alleati della pelle, della giovinezza e dell’integrazione di sali minerali, importantissimi per le nostre energie quotidiane!

Secondo i nutrizionisti, la maniera più giusta di alimentarsi sarebbe, appunto, proprio quella di variare con i colori. Ma c’è chi gradisce di più alcuni cibi rispetto ad altri. Ad esempio, i più golosi adorano gelati e frappè alla frutta proprio perchè sono alimenti sani e gustosi, ma anche super-sweet!

E voi quali colori preferite?

Birra Bud, un simbolo americano

Lo scorso anno la birra più venduta oltreoceano, e che conosciamo benissimo anche noi italiani, ha subito un cambiamento nella veste grafica, che le ha donato non solo nuovi colori e frasi ad effetto, ma anche una enorme scritta, “America“, che ha troneggiato, con amor patriottico dichiarato, sugli scaffali di tutti i supermercati americani.

Parliamo, naturalmente, della Bud, diminutivo di Budweiser, che però ha una “genitorialità” piuttosto complessa e ancora dibattuta, tra USA e Repubblica Ceca.

La contesa con la Repubblica Ceca

In effetti, Budweis è il nome tedesco di una città della Repubblica Ceca (Budějovice), dove i mastri birrai si tramandano, da oltre 700 anni, i metodi della lavorazione della birra, la Budvar, soprannominata la “birra dei re” proprio per il suo gusto particolare e inconfondibilmente buono.

Nel 1895 il birrificio Budějovický Budvar Národní Podnik iniziò la produzione di birra su grande scala, unendo la tradizione al progresso tecnologico che era in atto.

La questione è che, qualche anno prima, nel 1857, un immigrato tedesco, chiamato Adolphus Busch, si era trasferito negli Stati Uniti e, insieme ad un socio, Eberhard Anheuser (proprietario di una birreria), aveva cominciato, nel 1876, a Saint Louis, a produrre la più nota (ad oggi) Budweiser Lager Beer, molto probabilmente ispirandosi proprio alla fama della birra ceca, tanto da rifarsi anche nel motto “King of Beers” (che ritroviamo anche sulle bottiglie odierne).

Il successo della Budweiser, che divenne “amichevolmente” Bud, fu immenso, tanto da imporre la birra negli Stati Uniti e, successivamente, anche nella nostra Europa, oscurando, di fatto, la Budvar.

Dal canto loro, i produttori della Repubblica Ceca hanno fatto sapere che la loro versione è preparata solo con i fiori femminili del luppolo di Zatec (tra le varietà più pregiate al mondo), che contengono oli essenziali in grado di donare alla birra un aroma inconfondibile, giocando anche sul fatto che sia l’acqua a fare la differenza: a Budějovice viene prelevata solo acqua purissima, con una composizione minerale unica, da pozzi artesiani profondi oltre 300 metri.

La battaglia legale tra cechi e statunitensi, ad ogni modo, si trascina da molto tempo ed è arrivata sino ai giorni nostri.

La variante americana

La Bud che ordiniamo al pub o che ritroviamo sugli scaffali del supermercato è, sicuramente, di matrice americana.

Tra gli ingredienti, oltre al malto, al luppolo, all’acqua e al lievito, si ritrova anche il riso, che dona quel colore chiaro, limpido e ambrato che la caratterizza (ed inoltre ne riesce a tenere anche basso il costo).

La Bud odierna, ad ogni modo, è una lager realizzata con tecniche di produzione di massa, invecchiata sopra un letto di schegge di legno di faggio, per renderla più frizzante.

Dall’apertura dell’attività da parte di Busch e Anheuser, fu nel 1901 che venne infranto il record di produzione di 1 milione di barili in un anno, anche se, successivamente, nell’epoca del proibizionismo, venne imposto uno stop praticamente decisivo, tant’è che l’azienda, per andare avanti, dovette cominciare a produrre anche gelati, lievito di birra e persino automobili.

Con il passare del tempo si ritornò ai vecchi fasti e ad un periodo di crescita, fino ad arrivare, negli anni 70, ad un riconoscimento, per il birrificio di St. Louis, di Patrimonio Storico Nazionale. Negli anni 90 il birrificio si consolidò come quello di maggior successo negli Stati Uniti d’America.
Dal 1986, inoltre, la Bud è la Birra ufficiale della Coppa del Mondo FIFA.

Curiosità

Il fatto che la birra venga commercializzata con il nome di Bud e non di Budweiser è proprio legato alla disputa legale che ha avuto più colpi di scena, nell’arco di questi anni.

Inoltre, nel nostro Paese, la Budweiser Budvar è stata commercializzata dal 2002 al 2005 come Czechvar e dal 2005 al 2013 come Budějovický Budvar.

Zucchero di canna integrale o grezzo? Scopri le differenze

Quando si gusta un buon caffè, magari all’americana, oppure una qualunque altra bevanda che piace particolarmente dolce, avere dello zucchero a disposizione è fondamentale; scartarne la tipologia “bianca” che conosciamo tutti, in favore di quella ambrata è, ultimamente, scelta di molti, non solo per una questione di gusto.

Lo zucchero di canna, infatti, è scelto per motivi salutari, ma ci sono delle differenze molto importanti che bisogna conoscere per evitare di ricadere in tranelli poco simpatici; c’è una variante dello zucchero ambrato, infatti, che è praticamente uguale allo zucchero bianco se non per il colore!
Ma andiamo con ordine.

In commercio sono disponibili, in genere, due tipologie di zucchero di canna: quello grezzo e quello integrale.

Fortunatamente distinguerli non è troppo difficile perchè, innanzitutto, i grani di quello integrale sono irregolari e tutti diversi fra loro ed inoltre il loro colore è più scuro! Tra l’altro, è proprio questa la variante da preferire, vediamo perchè.

Zucchero grezzo di canna

Nonostante il colore possa ingannare, questo zucchero ha la stessa composizione chimica e lo stesso impatto metabolico del normale zucchero bianco, con una quantità di saccarosio che varia tra il 93% e il 99,5%. Si tratta, tra l’altro, di uno zucchero raffinato, con un colore che appare ambrato, spesso, a causa della presenza di un colorante, il caramello, che lo rende più gustoso ma anche calorico. Sono 377 le kcal contenute, infatti, contro le 392 dello zucchero bianco… praticamente, a livello salutare o dietetico, è una scelta che non ha senso nemmeno contemplare!

Zucchero di canna integrale

Sicuramente da preferire è la tipologia integrale, che contiene meno saccarosio e calorie e risulta più naturale e sano (356 kcal per 100 grammi).

C’è da dire però che si tratta di un dolcificante meno “potente” per cui potrebbe essere necessario utilizzarne più del solito per ottenere lo stesso gusto.

L’altra nota positiva è che contiene più vitamine e sali minerali, rispetto agli altri “zuccheri” in commercio, essendo ricco di calcio, fosforo, potassio, fluoro, zinco, magnesio.

Insomma, chiarite queste piccole differenze ora vi sarà più semplice scegliere la tipologia di dolcificante migliore per il vostro coffee-break!

 

 

La storia dello Sloppy Joe

Lo Sloppy Joe è un must in America, ancora poco conosciuto in Italia.

Di che si tratta?

È un panino farcito con carne macinata (manzo), cipolle, salsa di pomodoro o ketchup, salsa Worcestershire (una salsa la cui ricetta è, a tutt’oggi, segreta, molto utilizzata nel Nuovo Mondo) ed altri ingredienti (di solito varietà di spezie) che, di poco, possono anche variare di luogo in luogo. Anche la base può essere diversa e può essere formata da due fette, tipo sandwich o hot-dog, invece che dal classico panino da hamburger.

Nonostante la sua popolarità, ci sono ancora controversie sulla sua origine ma, quello che è certo, è che è comparso sulle tavole degli americani nel XX secolo.

Le origini

In effetti ricette simili allo Sloppy Joe appaiono su molti testi di cucina americani, ma con altri nomi (come Toasted Deviled Hamburgers, Chopped Meat Sandwiches, Hamburg a la Creole, Beef Mironton o Minced Beef Spanish Style).

Le origini più remote, secondo le ricerche, sarebbero da attribuirsi ad un cuoco, chiamato per l’appunto Joe, che l’avrebbe creato e venduto a Sioux City, in Iowa, nel 1930. Alcune fonti attesterebbero, anzi, che una ricetta priva di salsa di pomodoro sia comparsa già nella metà del 1920, per poi aggiornarsi poco dopo, appunto, negli anni trenta.

Si tratta di un piatto economico, facile da cucinare e gradito da molti, tant’è che si hanno testimonianze sul fatto che, inizialmente, il termine “Sloppy Joe” si riferisse, indistintamente, ad ogni tipo di ristorante/taverna a buon mercato o tavole calde che servissero cibo economico; addirittura, la stessa combinazione di parole indicava anche un tipo di abbigliamento casual!

La teoria che implica la Seconda Guerra Mondiale

C’è un’altra ipotesi, però, che coinvolge anni differenti, leggermente più in avanti nel tempo, cioè quelli della Seconda Guerra Mondiale.

In effetti, si pensa che la carne sia stata razionata durante quel periodo, per cui le casalinghe, avvilite e disperate per cercare di sfamare le proprie famiglie, avrebbero cominciato ad “allungare” il condimento con salse e spezie per rendere i panini più nutrienti.

Le teorie comunque sono tantissime e diverse, delle quali una coinvolgerebbe anche un cliente (di nome Joe, appunto), “insudiciatosi” mangiando un panino del genere con fare animalesco.

Quello che è certo è che le uniche tracce scritte sono quelle relative al ristorante in Iowa di cui abbiamo parlato in precedenza, il cui nome sarebbe Floyd Angell.

Le varianti moderne

Con il passare del tempo, come spesso succede, ogni luogo ha lavorato sulla ricetta originale, creando delle varianti differenti.

Esiste, ad esempio, lo Sloppy Joe Veg, realizzato con la soia al posto della carne, oppure il canadese, la cui base è in comune con quella dell’hot-dog, o ancora quello di Woonsocket, in Rhode Island, dove agli ingredienti si aggiungono peperoni e sedano. Quest’ultima variante, in particolare, si rifà ad una evoluzione naturale che incontrò il panino nel 1969, quando venne creata la salsa Manwich, che rendeva questo piatto ancora più facile da preparare, consacrandolo al primo posto tra i fast food e i cibi veloci per le esigenze di tutta la famiglia; erano anni, infatti, in cui entrambi i genitori cominciavano a lavorare, riducendo il tempo a disposizione per tantissime mansioni.

 

Insomma, quale che sia la reale origine e la versione si preferisca, lo Sloppy Joe rimane un simbolo dell’America, un pasto nutriente e veloce da preparare e un tratto distintivo di una società che ama il fast food ma anche la tradizione.

Le origini della Cheesecake

Gustosa, fragrante ad ogni assaggio, fresca e piacevole al palato, da deliziare durante le caldissime sere d’estate: la cheesecake è oramai famosa in tutto il mondo e amata da tutti, ma quali sono le sue origini e come è arrivata sino a noi?

Un viaggio nello spazio e nel tempo

In verità, sebbene questa storica torta sia associata dai più alla Grande Mela, è proprio dal nostro continente che bisogna partire per studiarne le origini più remote.

Isola di Delos, Grecia, nel Mar Egeo, 776 a.C.

Sarebbero queste le prime informazioni, in tempo e spazio, relative alla comparsa delle prime ricette di torte al formaggio (di pecora, con l’aggiunta di miele) che, probabilmente per il loro valore nutritivo, venivano servite agli atleti durante le Olimpiadi.

La fonte sarebbe da ritrovare in uno scritto di Aegimius, ma anche il latino Catone parla di queste torte al formaggio, citando un dolce chiamato placentae, composto da due dischi di pasta farciti, appunto, con formaggio e miele, aromatizzato con foglie d’alloro, che facevano anche da “conservante”.

Il fatto che ne parlino sia un greco che un latino è indicativo: furono proprio i Romani, infatti, a diffondere questa leccornia in Europa! Ed è proprio dal nostro continente che, poi, ha fatto capolino in tutto il mondo, tanto da avere, oggi, svariate versioni, una per ogni Paese, come quella americana, che è la più celebre, quella sudafricana, quella anglosassone, quella europea e persino scandinava e asiatica.

La versione newyorkese

Analizzare tutte le varianti sarebbe complicatissimo poichè, anche all’interno dei vari continenti, ogni posto ha rivisitato la ricetta originale a modo suo, ma vale la pena soffermarsi su quella che si ritiene la più celebre, alla quale si ispirano, molto probabilmente, tutte le altre: quella americana ed, in particolare, newyorkese.

Questa versione è dovuta a un certo James L.Kraft, un lattaio americano che, nel 1872, fece, come spesso capita in questi casi, un errore in cucina, cercando di ricreare un famoso formaggio francese chiamato Neufchatel.

Nacque così un prodotto diverso, che prese il nome della città in cui si trovava il suo creatore… un formaggio spalmabile che oggi conosciamo come Philadelphia. Ora il nome Kraft vi dice qualcosa in più?

Ebbene sì, il celebre marchio è legato anche alla nascita della Cheesecake!

Nel 1880 il successo di questa nuova chicca culinaria era già planetario, tanto da diventare prima scelta per realizzare la moderna Cheesecake: la consistenza ed il sapore erano ideali per un risultato finale gustoso e soffice al palato.

Su questa stessa base, poi, sono nate tantissime varianti di cottura e di preparazione, ma il tocco classico è quello di aggiungere alla ricetta originale, con formaggio spalmabile, appunto, e biscotti, una crema o un topping ai frutti di bosco, che dia non solo colore ma anche gusto!

Per i più “moderni” o gli intolleranti a questo tipo di ingrediente, in ogni caso, si può scegliere anche tra cioccolato, caramello, vaniglia e tantissime altre proposte gustose!

Smoothie, frullati e centrifugati, scopri le differenze!

Qualche tempo fa abbiamo esplorato le differenze tra Milkshake e Frappè.

Oggi, invece, ci perderemo tra quelli che, in America, sono definiti i “beveroni naturali“, quei concentrati di vitamine che anche i VIP, spesso, bevono a lunghi sorsi, in bicchieroni di cartone, per strada, durante lo shopping e le passeggiate, o anche al lavoro.

Il ritorno verso standard più “tradizionali”, dovuto al “richiamo salutista ed ambientalista” del nostro secolo, ha fatto in modo che l’alimentazione cambiasse radicalmente, non solo nel cibo ma anche nelle bevande.

E quindi, per molti, addio alle proposte confezionate, gasate o “chimicamente ottenute” e welcome a centrifugati, frullati e smoothie!

A proposito, ma che differenza c’è, esattamente, tra queste tre varianti?

Smoothie

Smoothie è un termine nato negli anni ’60, che viene da “smooth“, che significa morbido, cremoso, vellutato. Da qui, si intuisce la consistenza di questo preparato.

È una delle cosiddette “bevande green”, che in America ha conquistato così tanti cuori da ispirare la nascita dei fortunati “Smoothies Bar“.

Gli smoothie vanno bevuti appena preparati proprio per la genuinità dei componenti: esattamente come accade per la macedonia, se si aspetta troppo tempo la frutta scurisce e il sapore si perde.

I gusti più amati? Mela, carota, fragola, pompelmo, arancia, ma anche sedano, cetriolo, finocchio o aromatizzati con spezie, come menta, cannella, zenzero, maracuja o açai.

In questi concentrati di vitamine naturali la base è fatta da yogurt o gelato, in modo che il prodotto finale sia denso e cremoso, lontano dal concetto di frappè o di milkshake (non c’è ghiaccio nè latte), dalla consistenza di una purea ma anche dai soliti beverage.

Assolutamente da provare!

Frullato

Con i frullati anche noi italiani abbiamo confidenza, anche se, negli ultimi anni, anche gli smoothie hanno conquistato diversi palati di nostri connazionali.

In questo caso, anche se gli ingredienti possono essere gli stessi (di solito, comunque, non si utilizzano gli aromi speziati) il risultato non è denso ma liquido, ottenendo il composto miscelando il tutto ad acqua o a succhi di frutta.

Centrifugato

Per quanto riguarda i centrifugati, siamo sicuramente in mezzo tra il concetto di frullato e di smoothie, il primo, a confronto, poco “puro”, e il secondo molto più calorico, dati gli ingredienti.

Qui siamo in presenza di un succo puro, estratto dalla frutta e/o dalla verdura che si sono scelte, senza alcun tipo di aggiunta.

È forse il prodotto meno calorico, più salutare e più semplice da realizzare in assoluto, tra tutti!

E voi, quale preferite?

10 cose che (forse) non sapevi sull’oreo

Oggi, e da parecchio tempo, quando si parla di Oreo, sono pochissime le persone, a livello mondiale, che cadono dalle nuvole.

Si tratta, infatti, dei biscotti più popolari e amati al mondo, recentemente anche entrati di diritto nella dieta vegana, poichè non contengono ingredienti di origine animale.

Noi di Birdy’s amiamo utilizzarli come ingredienti per tantissime delle nostre proposte super sweet, come i gelati Stick, la Oreo cake o il gustosissimo MilkShake, ma sono tante le curiosità che si possono rivelare su questo goloso biscotto, che fa venire l’acquolina in bocca a grandi e piccini; scopriamo quali sono!

  1. Gli Oreo furono ideati e prodotti da una ditta americana, famosa proprio per la produzione di biscotti, chiamata Nabisco, nel Febbraio 1912, a New York. I biscotti britannici, per l’azienda, erano troppo ordinari e pensarono, così, di rinnovare un po’ l’offerta sul mercato con qualcosa di originale.
  2. Inizialmente gli Oreo avevano la forma di una piccola montagna ed erano disponibili in due sapori: lemon meringue e cream.
  3. Il primo Oreo è stato venduto il 6 Marzo 1912 a un negoziante di Hoboken, in New Jersey.
  4. Oreo è stato il marchio di biscotti più venduto nel mondo dalla sua immissione sul mercato. Dall’inizio della sua commercializzazione, infatti, sono stati venduti oltre 490 miliardi di biscotti, rendendolo il più venduto (e quindi famoso) del XX secolo.
  5. L’origine del suo nome è alquanto misteriosa: c’è chi ipotizza una matrice francese (“or“, cioè oro), in richiamo della confezione originaria, che era dorata; c’è chi rivede la parola greca “oros“, che tradotta significa “montagna” o “collina” (in riferimento alla sua forma iniziale) o anche “oreos” che significa, nella stessa lingua, “bello“; qualcun altro azzarda una combinazione di lettere, pensando che la sillaba “re” sia stata inserita tra due lettere “o” per creare un suono che fosse melodico.
  6. Fu nel 1916 che il biscotto subì un rinnovamento in design, momento in cui la Nabisco decise anche di ridurre la produzione della variante alla meringa al limone, perchè il gusto crema era sensibilmente più amato dalla clientela.
  7. A quanto pare, l’Oreo, che oggi è considerato vegan, inizialmente veniva preparato con il lardo, con una modifica, poi, della ricetta negli anni 90, che ha previsto uno shift di questo ingrediente verso l’olio vegetale.
  8. L’Oreo è molto simile ad un altro biscotto, l’Hydrox, prodotto da un’altra ditta, di nome Sunshine, nel 1908; voci di corridoio vorrebbero che il famoso biscotto fosse stato proprio da esso ispirato, anche perchè gli Hydrox furono ritirati dal mercato nel 1999, proprio a causa del predominio commerciale dei “rivali”. Inoltre, il brand ha riservato la stessa sorte anche ad una nuova versione del biscotto, chiamata Droxie, che venne anch’essa ritirata dal mercato.
  9. Oltre alla tradizionale forma conosciuta in tutto il mondo, gli Oreo sono prodotti anche in molte varianti diverse, che, però, non risultano disponibili in tutti i Paesi: Oreo WaferStix (barrette con crema all’interno e ricoperte di cioccolato), Golden Chocolate Creme Oreo (Oreo al rovescio, con wafer alla vaniglia e ripieno di cioccolato), Golden Oreo (wafer di vaniglia con il ripieno di crema), Mini Oreo (più piccoli), Double Stuf Oreo (con contenuto doppio di crema), Double Delight Oreo (biscotti al cioccolato con due ripieni: burro di arachidi e cioccolato, menta e crema, caffè e crema), Flavored Oreos (disponibili con varie creme, come burro di arachidi, cioccolato, menta, caramello e milkshake alla fragola).
  10. Pare che la farina utilizzata per produrli sia prodotta direttamente nei mulini della Nabisco.

La storia del gelato è tutta italiana

Il gelato è parte integrante della cultura culinaria di tutto il mondo, con le dovute varianti e personalizzazioni (se solo si pensa al gelato fritto dei cinesi…).

La paternità di questo alimento così gustoso, dolce e nutriente, però, è tutta nostrana; ma procediamo con ordine.

La storia

Andando per gradi, si potrebbe persino risalire agli “avi” del gelato, che sarebbero da ritrovare in una sorta di sorbetto, che si otteneva mescolando i più svariati ingredienti alla neve.

Ce n’è un esempio nella Bibbia, quando Isacco offre ad Abramo latte di capra misto a neve, o anche negli antichi romani, quando le loro nivatae potiones deliziavano i commensali: si trattava di dessert ottenuti mescolando ingredienti freschi con “porzioni” di neve, raccolta durante l’inverno e poi conservata in cave fredde e lontane dal sole, dalle quali era possibile, poi, estrarla per portarla in città durante le stagioni più calde.

Per la nascita vera e propria della ricetta del gelato come la conosciamo noi, o giù di lì, però, bisogna aspettare il Cinquecento.

I nomi da fare sono due, entrambi italianissimi.

Il primo è quello di Bernardo Buontalenti, architetto (e non solo) fiorentino, autore di quella che poi è divenuta la tradizionale e golosa ricetta con uova, panna e latte.

Il secondo è quello di Francesco Procopio dei Coltelli, cuoco e gentiluomo palermitano, che si trasferì alla corte del Re Sole, a Parigi, aprendo il primo caffè-gelateria della storia, il Caffè Procope, celebre e rinomato ancora oggi.

Verso la produzione in serie

Per arrivare alla produzione su scala industriale bisognerà aspettare ancora qualche secolo, esattamente il XVIII, quando un certo Filippo Lenzi, un altro italiano, investì nel Nuovo Mondo, aprendo, in terra americana, la prima gelateria extra europea.

Il successo fu enorme ed immediato, tanto da stimolare nuove invenzioni, come la sorbetteria a manovella di William Le Young.

Da lì il passo verso il mondo moderno è stato breve: le Rivoluzioni Industriali stavano facendo il loro dovere e non è stato difficile inserire anche il settore alimentare nella trama degli ingranaggi, anche a livello mentale.

La nascita dei brand italiani più famosi

Il primo gelato italiano su stecco, al gusto fiordilatte, è stato il Mottarello, che risale al 1948.

Negli anni 50 fece l’ingresso sul mercato il primo gelato su cialda: il Cornetto!

Ancora, negli anni 70, arrivò il Barattolino, un formato famiglia comodo e conveniente che poteva essere ben conservato anche tra le mura domestiche, grazie all’ingresso del freezer nel quotidiano delle famiglie.

Infine, l’ultima tipologia “brand new” fu il biscotto bicolore Ringo.

Da questi standard, poi, si sono evolute tantissime altre forme e proposte di gelato moderno che, essenzialmente, si sono ispirate a questi modelli originari, lavorando sui gusti, sulle cialde e sui mix da ottenere, intersecando le varie concezioni di gelato.

Il lato “buono” del gelato

Il gelato, oggi, è consigliato anche all’interno di diete e regimi alimentari controllati poichè i suoi ingredienti sono genuini, nutrienti e poco calorici, se assunti nelle quantità giuste e prediligendo gli aromi fruttati. Si tratta, quindi, non solo di un alimento buono in gusto, ma anche in “essenza”, amato da grandi e piccini e alleato prezioso, con le sue vitamine e i suoi sali minerali, del caldo torrido estivo!

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