Menu Close

Zucchero di canna integrale o grezzo? Scopri le differenze

Quando si gusta un buon caffè, magari all’americana, oppure una qualunque altra bevanda che piace particolarmente dolce, avere dello zucchero a disposizione è fondamentale; scartarne la tipologia “bianca” che conosciamo tutti, in favore di quella ambrata è, ultimamente, scelta di molti, non solo per una questione di gusto.

Lo zucchero di canna, infatti, è scelto per motivi salutari, ma ci sono delle differenze molto importanti che bisogna conoscere per evitare di ricadere in tranelli poco simpatici; c’è una variante dello zucchero ambrato, infatti, che è praticamente uguale allo zucchero bianco se non per il colore!
Ma andiamo con ordine.

In commercio sono disponibili, in genere, due tipologie di zucchero di canna: quello grezzo e quello integrale.

Fortunatamente distinguerli non è troppo difficile perchè, innanzitutto, i grani di quello integrale sono irregolari e tutti diversi fra loro ed inoltre il loro colore è più scuro! Tra l’altro, è proprio questa la variante da preferire, vediamo perchè.

Zucchero grezzo di canna

Nonostante il colore possa ingannare, questo zucchero ha la stessa composizione chimica e lo stesso impatto metabolico del normale zucchero bianco, con una quantità di saccarosio che varia tra il 93% e il 99,5%. Si tratta, tra l’altro, di uno zucchero raffinato, con un colore che appare ambrato, spesso, a causa della presenza di un colorante, il caramello, che lo rende più gustoso ma anche calorico. Sono 377 le kcal contenute, infatti, contro le 392 dello zucchero bianco… praticamente, a livello salutare o dietetico, è una scelta che non ha senso nemmeno contemplare!

Zucchero di canna integrale

Sicuramente da preferire è la tipologia integrale, che contiene meno saccarosio e calorie e risulta più naturale e sano (356 kcal per 100 grammi).

C’è da dire però che si tratta di un dolcificante meno “potente” per cui potrebbe essere necessario utilizzarne più del solito per ottenere lo stesso gusto.

L’altra nota positiva è che contiene più vitamine e sali minerali, rispetto agli altri “zuccheri” in commercio, essendo ricco di calcio, fosforo, potassio, fluoro, zinco, magnesio.

Insomma, chiarite queste piccole differenze ora vi sarà più semplice scegliere la tipologia di dolcificante migliore per il vostro coffee-break!

 

 

La storia dello Sloppy Joe

Lo Sloppy Joe è un must in America, ancora poco conosciuto in Italia.

Di che si tratta?

È un panino farcito con carne macinata (manzo), cipolle, salsa di pomodoro o ketchup, salsa Worcestershire (una salsa la cui ricetta è, a tutt’oggi, segreta, molto utilizzata nel Nuovo Mondo) ed altri ingredienti (di solito varietà di spezie) che, di poco, possono anche variare di luogo in luogo. Anche la base può essere diversa e può essere formata da due fette, tipo sandwich o hot-dog, invece che dal classico panino da hamburger.

Nonostante la sua popolarità, ci sono ancora controversie sulla sua origine ma, quello che è certo, è che è comparso sulle tavole degli americani nel XX secolo.

Le origini

In effetti ricette simili allo Sloppy Joe appaiono su molti testi di cucina americani, ma con altri nomi (come Toasted Deviled Hamburgers, Chopped Meat Sandwiches, Hamburg a la Creole, Beef Mironton o Minced Beef Spanish Style).

Le origini più remote, secondo le ricerche, sarebbero da attribuirsi ad un cuoco, chiamato per l’appunto Joe, che l’avrebbe creato e venduto a Sioux City, in Iowa, nel 1930. Alcune fonti attesterebbero, anzi, che una ricetta priva di salsa di pomodoro sia comparsa già nella metà del 1920, per poi aggiornarsi poco dopo, appunto, negli anni trenta.

Si tratta di un piatto economico, facile da cucinare e gradito da molti, tant’è che si hanno testimonianze sul fatto che, inizialmente, il termine “Sloppy Joe” si riferisse, indistintamente, ad ogni tipo di ristorante/taverna a buon mercato o tavole calde che servissero cibo economico; addirittura, la stessa combinazione di parole indicava anche un tipo di abbigliamento casual!

La teoria che implica la Seconda Guerra Mondiale

C’è un’altra ipotesi, però, che coinvolge anni differenti, leggermente più in avanti nel tempo, cioè quelli della Seconda Guerra Mondiale.

In effetti, si pensa che la carne sia stata razionata durante quel periodo, per cui le casalinghe, avvilite e disperate per cercare di sfamare le proprie famiglie, avrebbero cominciato ad “allungare” il condimento con salse e spezie per rendere i panini più nutrienti.

Le teorie comunque sono tantissime e diverse, delle quali una coinvolgerebbe anche un cliente (di nome Joe, appunto), “insudiciatosi” mangiando un panino del genere con fare animalesco.

Quello che è certo è che le uniche tracce scritte sono quelle relative al ristorante in Iowa di cui abbiamo parlato in precedenza, il cui nome sarebbe Floyd Angell.

Le varianti moderne

Con il passare del tempo, come spesso succede, ogni luogo ha lavorato sulla ricetta originale, creando delle varianti differenti.

Esiste, ad esempio, lo Sloppy Joe Veg, realizzato con la soia al posto della carne, oppure il canadese, la cui base è in comune con quella dell’hot-dog, o ancora quello di Woonsocket, in Rhode Island, dove agli ingredienti si aggiungono peperoni e sedano. Quest’ultima variante, in particolare, si rifà ad una evoluzione naturale che incontrò il panino nel 1969, quando venne creata la salsa Manwich, che rendeva questo piatto ancora più facile da preparare, consacrandolo al primo posto tra i fast food e i cibi veloci per le esigenze di tutta la famiglia; erano anni, infatti, in cui entrambi i genitori cominciavano a lavorare, riducendo il tempo a disposizione per tantissime mansioni.

 

Insomma, quale che sia la reale origine e la versione si preferisca, lo Sloppy Joe rimane un simbolo dell’America, un pasto nutriente e veloce da preparare e un tratto distintivo di una società che ama il fast food ma anche la tradizione.

Le origini della Cheesecake

Gustosa, fragrante ad ogni assaggio, fresca e piacevole al palato, da deliziare durante le caldissime sere d’estate: la cheesecake è oramai famosa in tutto il mondo e amata da tutti, ma quali sono le sue origini e come è arrivata sino a noi?

Un viaggio nello spazio e nel tempo

In verità, sebbene questa storica torta sia associata dai più alla Grande Mela, è proprio dal nostro continente che bisogna partire per studiarne le origini più remote.

Isola di Delos, Grecia, nel Mar Egeo, 776 a.C.

Sarebbero queste le prime informazioni, in tempo e spazio, relative alla comparsa delle prime ricette di torte al formaggio (di pecora, con l’aggiunta di miele) che, probabilmente per il loro valore nutritivo, venivano servite agli atleti durante le Olimpiadi.

La fonte sarebbe da ritrovare in uno scritto di Aegimius, ma anche il latino Catone parla di queste torte al formaggio, citando un dolce chiamato placentae, composto da due dischi di pasta farciti, appunto, con formaggio e miele, aromatizzato con foglie d’alloro, che facevano anche da “conservante”.

Il fatto che ne parlino sia un greco che un latino è indicativo: furono proprio i Romani, infatti, a diffondere questa leccornia in Europa! Ed è proprio dal nostro continente che, poi, ha fatto capolino in tutto il mondo, tanto da avere, oggi, svariate versioni, una per ogni Paese, come quella americana, che è la più celebre, quella sudafricana, quella anglosassone, quella europea e persino scandinava e asiatica.

La versione newyorkese

Analizzare tutte le varianti sarebbe complicatissimo poichè, anche all’interno dei vari continenti, ogni posto ha rivisitato la ricetta originale a modo suo, ma vale la pena soffermarsi su quella che si ritiene la più celebre, alla quale si ispirano, molto probabilmente, tutte le altre: quella americana ed, in particolare, newyorkese.

Questa versione è dovuta a un certo James L.Kraft, un lattaio americano che, nel 1872, fece, come spesso capita in questi casi, un errore in cucina, cercando di ricreare un famoso formaggio francese chiamato Neufchatel.

Nacque così un prodotto diverso, che prese il nome della città in cui si trovava il suo creatore… un formaggio spalmabile che oggi conosciamo come Philadelphia. Ora il nome Kraft vi dice qualcosa in più?

Ebbene sì, il celebre marchio è legato anche alla nascita della Cheesecake!

Nel 1880 il successo di questa nuova chicca culinaria era già planetario, tanto da diventare prima scelta per realizzare la moderna Cheesecake: la consistenza ed il sapore erano ideali per un risultato finale gustoso e soffice al palato.

Su questa stessa base, poi, sono nate tantissime varianti di cottura e di preparazione, ma il tocco classico è quello di aggiungere alla ricetta originale, con formaggio spalmabile, appunto, e biscotti, una crema o un topping ai frutti di bosco, che dia non solo colore ma anche gusto!

Per i più “moderni” o gli intolleranti a questo tipo di ingrediente, in ogni caso, si può scegliere anche tra cioccolato, caramello, vaniglia e tantissime altre proposte gustose!

Smoothie, frullati e centrifugati, scopri le differenze!

Qualche tempo fa abbiamo esplorato le differenze tra Milkshake e Frappè.

Oggi, invece, ci perderemo tra quelli che, in America, sono definiti i “beveroni naturali“, quei concentrati di vitamine che anche i VIP, spesso, bevono a lunghi sorsi, in bicchieroni di cartone, per strada, durante lo shopping e le passeggiate, o anche al lavoro.

Il ritorno verso standard più “tradizionali”, dovuto al “richiamo salutista ed ambientalista” del nostro secolo, ha fatto in modo che l’alimentazione cambiasse radicalmente, non solo nel cibo ma anche nelle bevande.

E quindi, per molti, addio alle proposte confezionate, gasate o “chimicamente ottenute” e welcome a centrifugati, frullati e smoothie!

A proposito, ma che differenza c’è, esattamente, tra queste tre varianti?

Smoothie

Smoothie è un termine nato negli anni ’60, che viene da “smooth“, che significa morbido, cremoso, vellutato. Da qui, si intuisce la consistenza di questo preparato.

È una delle cosiddette “bevande green”, che in America ha conquistato così tanti cuori da ispirare la nascita dei fortunati “Smoothies Bar“.

Gli smoothie vanno bevuti appena preparati proprio per la genuinità dei componenti: esattamente come accade per la macedonia, se si aspetta troppo tempo la frutta scurisce e il sapore si perde.

I gusti più amati? Mela, carota, fragola, pompelmo, arancia, ma anche sedano, cetriolo, finocchio o aromatizzati con spezie, come menta, cannella, zenzero, maracuja o açai.

In questi concentrati di vitamine naturali la base è fatta da yogurt o gelato, in modo che il prodotto finale sia denso e cremoso, lontano dal concetto di frappè o di milkshake (non c’è ghiaccio nè latte), dalla consistenza di una purea ma anche dai soliti beverage.

Assolutamente da provare!

Frullato

Con i frullati anche noi italiani abbiamo confidenza, anche se, negli ultimi anni, anche gli smoothie hanno conquistato diversi palati di nostri connazionali.

In questo caso, anche se gli ingredienti possono essere gli stessi (di solito, comunque, non si utilizzano gli aromi speziati) il risultato non è denso ma liquido, ottenendo il composto miscelando il tutto ad acqua o a succhi di frutta.

Centrifugato

Per quanto riguarda i centrifugati, siamo sicuramente in mezzo tra il concetto di frullato e di smoothie, il primo, a confronto, poco “puro”, e il secondo molto più calorico, dati gli ingredienti.

Qui siamo in presenza di un succo puro, estratto dalla frutta e/o dalla verdura che si sono scelte, senza alcun tipo di aggiunta.

È forse il prodotto meno calorico, più salutare e più semplice da realizzare in assoluto, tra tutti!

E voi, quale preferite?

10 cose che (forse) non sapevi sull’oreo

Oggi, e da parecchio tempo, quando si parla di Oreo, sono pochissime le persone, a livello mondiale, che cadono dalle nuvole.

Si tratta, infatti, dei biscotti più popolari e amati al mondo, recentemente anche entrati di diritto nella dieta vegana, poichè non contengono ingredienti di origine animale.

Noi di Birdy’s amiamo utilizzarli come ingredienti per tantissime delle nostre proposte super sweet, come i gelati Stick, la Oreo cake o il gustosissimo MilkShake, ma sono tante le curiosità che si possono rivelare su questo goloso biscotto, che fa venire l’acquolina in bocca a grandi e piccini; scopriamo quali sono!

  1. Gli Oreo furono ideati e prodotti da una ditta americana, famosa proprio per la produzione di biscotti, chiamata Nabisco, nel Febbraio 1912, a New York. I biscotti britannici, per l’azienda, erano troppo ordinari e pensarono, così, di rinnovare un po’ l’offerta sul mercato con qualcosa di originale.
  2. Inizialmente gli Oreo avevano la forma di una piccola montagna ed erano disponibili in due sapori: lemon meringue e cream.
  3. Il primo Oreo è stato venduto il 6 Marzo 1912 a un negoziante di Hoboken, in New Jersey.
  4. Oreo è stato il marchio di biscotti più venduto nel mondo dalla sua immissione sul mercato. Dall’inizio della sua commercializzazione, infatti, sono stati venduti oltre 490 miliardi di biscotti, rendendolo il più venduto (e quindi famoso) del XX secolo.
  5. L’origine del suo nome è alquanto misteriosa: c’è chi ipotizza una matrice francese (“or“, cioè oro), in richiamo della confezione originaria, che era dorata; c’è chi rivede la parola greca “oros“, che tradotta significa “montagna” o “collina” (in riferimento alla sua forma iniziale) o anche “oreos” che significa, nella stessa lingua, “bello“; qualcun altro azzarda una combinazione di lettere, pensando che la sillaba “re” sia stata inserita tra due lettere “o” per creare un suono che fosse melodico.
  6. Fu nel 1916 che il biscotto subì un rinnovamento in design, momento in cui la Nabisco decise anche di ridurre la produzione della variante alla meringa al limone, perchè il gusto crema era sensibilmente più amato dalla clientela.
  7. A quanto pare, l’Oreo, che oggi è considerato vegan, inizialmente veniva preparato con il lardo, con una modifica, poi, della ricetta negli anni 90, che ha previsto uno shift di questo ingrediente verso l’olio vegetale.
  8. L’Oreo è molto simile ad un altro biscotto, l’Hydrox, prodotto da un’altra ditta, di nome Sunshine, nel 1908; voci di corridoio vorrebbero che il famoso biscotto fosse stato proprio da esso ispirato, anche perchè gli Hydrox furono ritirati dal mercato nel 1999, proprio a causa del predominio commerciale dei “rivali”. Inoltre, il brand ha riservato la stessa sorte anche ad una nuova versione del biscotto, chiamata Droxie, che venne anch’essa ritirata dal mercato.
  9. Oltre alla tradizionale forma conosciuta in tutto il mondo, gli Oreo sono prodotti anche in molte varianti diverse, che, però, non risultano disponibili in tutti i Paesi: Oreo WaferStix (barrette con crema all’interno e ricoperte di cioccolato), Golden Chocolate Creme Oreo (Oreo al rovescio, con wafer alla vaniglia e ripieno di cioccolato), Golden Oreo (wafer di vaniglia con il ripieno di crema), Mini Oreo (più piccoli), Double Stuf Oreo (con contenuto doppio di crema), Double Delight Oreo (biscotti al cioccolato con due ripieni: burro di arachidi e cioccolato, menta e crema, caffè e crema), Flavored Oreos (disponibili con varie creme, come burro di arachidi, cioccolato, menta, caramello e milkshake alla fragola).
  10. Pare che la farina utilizzata per produrli sia prodotta direttamente nei mulini della Nabisco.

La storia del gelato è tutta italiana

Il gelato è parte integrante della cultura culinaria di tutto il mondo, con le dovute varianti e personalizzazioni (se solo si pensa al gelato fritto dei cinesi…).

La paternità di questo alimento così gustoso, dolce e nutriente, però, è tutta nostrana; ma procediamo con ordine.

La storia

Andando per gradi, si potrebbe persino risalire agli “avi” del gelato, che sarebbero da ritrovare in una sorta di sorbetto, che si otteneva mescolando i più svariati ingredienti alla neve.

Ce n’è un esempio nella Bibbia, quando Isacco offre ad Abramo latte di capra misto a neve, o anche negli antichi romani, quando le loro nivatae potiones deliziavano i commensali: si trattava di dessert ottenuti mescolando ingredienti freschi con “porzioni” di neve, raccolta durante l’inverno e poi conservata in cave fredde e lontane dal sole, dalle quali era possibile, poi, estrarla per portarla in città durante le stagioni più calde.

Per la nascita vera e propria della ricetta del gelato come la conosciamo noi, o giù di lì, però, bisogna aspettare il Cinquecento.

I nomi da fare sono due, entrambi italianissimi.

Il primo è quello di Bernardo Buontalenti, architetto (e non solo) fiorentino, autore di quella che poi è divenuta la tradizionale e golosa ricetta con uova, panna e latte.

Il secondo è quello di Francesco Procopio dei Coltelli, cuoco e gentiluomo palermitano, che si trasferì alla corte del Re Sole, a Parigi, aprendo il primo caffè-gelateria della storia, il Caffè Procope, celebre e rinomato ancora oggi.

Verso la produzione in serie

Per arrivare alla produzione su scala industriale bisognerà aspettare ancora qualche secolo, esattamente il XVIII, quando un certo Filippo Lenzi, un altro italiano, investì nel Nuovo Mondo, aprendo, in terra americana, la prima gelateria extra europea.

Il successo fu enorme ed immediato, tanto da stimolare nuove invenzioni, come la sorbetteria a manovella di William Le Young.

Da lì il passo verso il mondo moderno è stato breve: le Rivoluzioni Industriali stavano facendo il loro dovere e non è stato difficile inserire anche il settore alimentare nella trama degli ingranaggi, anche a livello mentale.

La nascita dei brand italiani più famosi

Il primo gelato italiano su stecco, al gusto fiordilatte, è stato il Mottarello, che risale al 1948.

Negli anni 50 fece l’ingresso sul mercato il primo gelato su cialda: il Cornetto!

Ancora, negli anni 70, arrivò il Barattolino, un formato famiglia comodo e conveniente che poteva essere ben conservato anche tra le mura domestiche, grazie all’ingresso del freezer nel quotidiano delle famiglie.

Infine, l’ultima tipologia “brand new” fu il biscotto bicolore Ringo.

Da questi standard, poi, si sono evolute tantissime altre forme e proposte di gelato moderno che, essenzialmente, si sono ispirate a questi modelli originari, lavorando sui gusti, sulle cialde e sui mix da ottenere, intersecando le varie concezioni di gelato.

Il lato “buono” del gelato

Il gelato, oggi, è consigliato anche all’interno di diete e regimi alimentari controllati poichè i suoi ingredienti sono genuini, nutrienti e poco calorici, se assunti nelle quantità giuste e prediligendo gli aromi fruttati. Si tratta, quindi, non solo di un alimento buono in gusto, ma anche in “essenza”, amato da grandi e piccini e alleato prezioso, con le sue vitamine e i suoi sali minerali, del caldo torrido estivo!

Arizona tea, il più venduto negli USA

Era il 1992 quando due imprenditori italo-americani, John Ferolito e Don Vultaggio, dettero vita ad una nuova concezione di una bevanda molto antica, il tè, comune a tantissime culture e a innumerevoli tradizioni da secoli e secoli.

L’innovazione principale ha riguardato il fatto che il prodotto è stato concepito in maniera molto più salutare e “open” rispetto ai classici tè serviti al pubblico, con gusti e aromi innovativi (come miele, mandarino, melograno, ginseng, fiori) e impostazione naturale al 100%.

Nessun aromatizzante artificiale, nessun colorante sintetico, soltanto un importante processo di pastorizzazione a caldo, con temperature killer per i batteri, e una pellicola allegra e colorata che, oltre a rendere le confezioni particolarmente invitanti, scherma anche la bevanda dai raggi UV.

Insomma, rispetto ai concorrenti presenti sul mercato i Tè Arizona si sono distinti in una concezione completamente diversa ed unica, tant’è che, in 15 anni di presenza attiva, sono diventati il brand più comprato, in USA, come bevande a base di tè.

E in Italia?

Nel nostro Paese la distribuzione di questo marchio, insieme a tanti altri brand di rilevanza nazionale ed internazionale, è affidata al Gruppo Biscaldi, nato nel 1969 come importatore di birre, vini, acque e liquori.

Per chi ha voglia, in queste caldissime giornate estive, di una bevanda fresca, refrigerante, naturale e, soprattutto, genuina, non rimane che l’imbarazzo della scelta tra i vari gusti ed aromi disponibili!

Arriva l’estate ed è Birdy’s Stick Mania!

L’estate è ormai arrivata in anticipo con queste temperature “hot” che ci ritroviamo in casa e… anche in ufficio (Sigh!).

Ecco perchè abbiamo pensato di dare un po’ di gustoso sollievo alle vostre pause (e non solo) con una grande novità firmata Birdy’s Bakery!

Parliamo dei Birdy’s Stick, i nostri gelati a stecco personalizzati, disponibili non solo fruttati ma anche ispirati ai gusti delle nostre torte più buone e dei nostri cupcake.

Nelle nostre bakery potrai scegliere, quindi, tra:

  • Oreo
  • Snickers
  • Red Velvet
  • Cheesecake
  • Cocco e Cioccolato
  • Kiwi
  • Ananas
  • Mango
  • Fragola e Panna

Tutti i nostri gelati sono disponibili in entrambi i punti vendita, quello “madre”, di Chiaia, in vico Belledonne 14, e quello del Vomero, in via G. Bernini 8.

Siamo molto curiosi delle vostre opinioni: riusciremo ancora una volta a soddisfare anche i palati più raffinati?

Veniteci a trovare durante una pausa pranzo, una serata tra amici o una passeggiata con il vostro partner o i vostri bambini e lo scopriremo insieme!

Burro d’arachidi: a colazione fa dimagrire (ma anche a merenda)

Il burro d’arachidi è uno di quegli alimenti che, a chi segue un regime alimentare controllato, fa quasi paura.

Eppure la verità pare sia molto più nel mezzo.

Uno studio pubblicato sul British Journal of Nutrition, infatti, ha riscoperto il valore di questo alimento quasi come… dietetico.

Ma come è possibile?

I risultati della ricerca

Il burro di arachidi si ottiene dalla macinatura di semi di arachidi per cui, anche se risulta particolarmente calorico, i suoi sono grassi tutti vegetali, insaturi: privo di colesterolo, infatti, è ricco di Omega 3, Omega 6 (che fanno bene al cuore), vitamine, proteine e sali minerali ed inoltre è un alimento privo di glutine, quindi adatto anche alla dieta dei celiaci.

Ma l’informazione più importante è quella che riguarda un altro aspetto fondamentale: secondo i risultati della ricerca sopracitata, mangiare burro d’arachidi riempie a tal punto da ricreare un senso di sazietà che può durare anche 12 ore. Di qui il valore dietetico di cui parlavamo!

Quando e come è concesso “abusare” del burro d’arachidi

Chi ha un buon metabolismo e/o chi fa sport non deve preoccuparsi dell’inserire questo alimento nella propria dieta quotidiana, anzi: fare uno spuntino post-allenamento o la colazione con fette di pane integrali oppure tostate, con anche l’aggiunta di marmellata fatta in casa, può essere solo un contributo in positivo per dare energia e sprint al corpo.

Chi, invece, ha più la tendenza ad ingrassare o fa poco movimento, può godere di questa leccornia tutta vegetale al massimo un paio di volte alla settimana, magari a colazione.

Quando evitare il burro di arachidi

Naturalmente, il burro di arachidi è sconsigliato in caso di allergie e va mangiato in piccole dosi, soltanto una tantum, in presenza di patologie come il diabete, che dipendono dalla glicemia.

L’origine della banana split

Sembra incredibile, eppure la banana split delizia i nostri palati da ormai oltre un secolo!
Ma come è arrivata ad essere concepita una leccornia del genere e chi l’ha inventata?

Anatomia di un dolce estivo

Se in America la banana split è una vera e propria istituzione, tanto da dedicarle addirittura un Banana Split Festival a Wilmington, in Ohio, in Italia questo culto sta un po’ sparendo, poichè sono pochi i posti dove è possibile mangiarla.

Motivo per il quale, forse, non tutti, soprattutto tra i giovanissimi, sanno di cosa stiamo parlando.

Si tratta di un dolce prettamente estivo, che prevede una banana tagliata di lungo (appunto “split“, cioè “divisa”, “spaccata”) che viene ricoperta di gelato, cioccolato fuso o altri topping e, se si gradisce, anche noccioline, frutta fresca, panna montata o altro.

Usanza è servirla intera nel classico piattino a barchetta, come da tradizione, ma, nel tempo, sono state create anche delle varianti, per cui è possibile trovarla anche tagliata a pezzetti e guarnita all’interno di bicchieri da frappè o persino frullata, da bere con una cannuccia.

Storia

Per quanto riguarda le origini di questo fresco dolce fruttato, dobbiamo andare indietro nel tempo di circa un secolo, all’estate del 1904.

La location è un bar di Latrobe, in Pennsylvania, USA, dove lavorava un ragazzo statunitense, un certo David Evans Strickler.

David aveva osservato un gelataio di Boston servire il gelato insieme ad una banana intera.

L’idea gli era piaciuta ma, per comodità ed igiene, pensò di eliminare la buccia e creare una versione “personalizzata” di quella strana ricetta da strada. Così tagliò la banana a metà, la farcì di cioccolato e gelato, e cominciò a servirla ai clienti.

Il successo fu così grande che, in poco tempo, questo dolce comparve nei menu di molte catene di ristoranti americani, in qualità di dessert, arrivando in Europa, negli anni 80-90, con la stessa sorte: veniva servito in ristoranti, trattorie, gelaterie.

Valori energetici

Di certo, la banana split è un alimento piuttosto sano, poichè composto, di base, da ingredienti genuini: gelato, frutta, latte.

La banana, tra i frutti, è tra i più calorici ma, di certo, nel panorama dei dessert e dei dolci, è considerabile un alimento ipocalorico; accompagnata dal gelato, ovviamente, le calorie aumentano ma, anche con le guarnizioni di crema di cioccolato fuso o panna montata, non si superano mai un certo numero di calorie.

Se consumata, quindi, come spuntino o come piatto unico, la banana split non ha alcun tipo di controindicazione a livello dietetico!

Naturalmente, essendo una portata che sazia parecchio, è consigliabile non servirla come dessert dopo una cena troppo abbondante… si rischierebbe solo di non gustarne appieno ogni cucchiaino!

 

Newer Posts
Older Posts